Perché è importante conoscere se stessi

Cos’è l’identità, come si declina e a cosa serve nella vita
di Anna Fata

 

conoscere se stessi

Chi almeno una volta nella vita non si è chiesto: chi sono io?

Da che mondo è mondo ciascun essere umano vaga alla ricerca, più o meno profonda, di se stesso, della propria identità, del proprio posto e ruolo nel mondo.

 

Cos’è l’identità? 

Etimologicamente l’identità attiene alla medesimezza, all’essere senza mutamento di sorta.
Psicologicamente è la consapevolezza del sé come individuo, cioè della propria personalità. Sociologicamente è la concezione che un individuo ha di sé nella società.

Le attuali teorie dell’identità sono sorte nell’ambito della logica identitaria aristotelica secondo la quale A = A e non è possibile che A sia diverso da A. Esistono, tuttavia, anche teorie logiche della non identità che contemplano la trasformazione, tra cui la logica di Hegel a cui si aggiunge quella di Ralph Waldo Emerson che propone la filosofia della non-identità personale in senso perfezionistico: il perfezionista è sempre alla ricerca del suo prossimo sé, non ancora raggiunto, ma raggiungibile.

Nel XX secolo con Pirandello si problematizza l’identità nelle sue infinite maschere, a cui si affianca il sistema non A, non aristotelico, di Alfred Korzybski, secondo il quale un ente o persona vanno definiti non in quanto tali, ma in relazione al periodo specifico di tempo in cui esistono.

 

Come si forma l’identità? 

La formazione dell’identità consta di 4 componenti:

  • identificazione: il soggetto si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri, dando luogo al senso di appartenenza a un’entità collettiva definita “noi”;
  • individuazione: il soggetto si riferisce alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dei gruppi di appartenenza, sia non;
  • imitazione: è la riproduzione conscia o non di modelli comportamentali, a seconda del contesto sociale in cui si trova;
  • interiorizzazione: permette al soggetto di creare un’immagine ben precisa di sé grazie all’importanza di giudizi, atteggiamenti, valori, comportamenti degli altri su di lui.

L’identità ha anche una forte componente corporea: la prima differenziazione è tra uomo e donna, a cui si affiancano elementi contestuali, geografici, storici, culturali, sociali, folcloristici. L’identità è sempre contestuale e relazionale.
Non ci potrebbe essere identità, se non ci fosse alterità.
L’identità può essere in positivo o negativo: la prima indica come siamo e genera appartenenza, la seconda evidenzia come non siamo e produce esclusione. Il rischio della identità positiva consiste nel produrre uno sforzo di definizione intellettuale che calcifica l’identità; il rischio di quella negativa è attribuire all’esterno le qualità non gradite, tramite proiezione.

Nel contesto tecnologico contemporaneo si tende a parlare di “identità fluide”: Bauman nella sua opera del 1992 “La modernità liquida” evidenzia la perdita dei confini identitari contestualizzati nell’epoca post-moderna, e che si accentuano anche nel fenomeno sociologico delle migrazioni.
Elizabeth Reid, Amy Bruckman, Sherry Turkle proseguono sottolineando gli effetti delle nuove tecnologie sull’identità personale, che consentono, in assenza del corpo nella rete, di sperimentare liberamente la propria identità che diviene fluida e multipla e che poi avrebbe anche delle ripercussioni off-line. L’effetto decostruttivo dell’identità sarebbe tanto più intenso quanto più le identità online sono solide, stabili nel tempo, nei contesti e all’interno di relazioni.

All’interno del coaching lavorare sull’identità, sul chi siamo, ha a che fare con le nostre convinzioni, percezioni, giudizi, valori, all’interno di un sistema che si collega, a sua volta, al nostro ruolo, lo scopo, gli obiettivi, la missione di vita.

Chiarire la struttura profonda dell’identità, in un contesto di coaching consente, tra le altre cose, di:

  • definire la direzione e lo scopo della propria vita;
  • definire e gestire i confini tra noi e gli altri;
  • sancire il senso di appartenenza o meno;
  • chiarire convinzioni e credenze in merito ai nostri limiti e potenzialità;
  • espandere il nostro potenziale;
  • accettare noi stessi e ciò che non è possibile cambiare.

 

Come il coaching può aiutare a sviluppare l’identità? 

Il coaching ha tra i suoi obiettivi primari proprio la consapevolezza di sé, lo sviluppo personale, l’autodeterminazione, la ricerca e il perseguimento concreto e contestualizzato del senso del proprio esistere.
La relazione di coaching in cui questo si esplica consente al coachee di definirsi, di essere riconosciuto, in una logica di confini me-non me, di essere accettato, incoraggiato, valorizzato.

Ciascuno di noi ha un atavico bisogno di sapere chi è, di definire il proprio ruolo nella vita privata e nel mondo. Il coaching può essere uno strumento utile per favorire tale processo, stimolando la creatività e ogni forma di talento che alberga silente in noi e aspetta solo di essere scoperto e valorizzato.

 

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