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Cosa sono e a cosa servono le convinzioni?

Le convinzioni come limitazioni o potenziamenti del nostro pensiero e azione
di Anna Fata

 

convinzioni limitanti

 

La convinzione è un’opinione radicata, un’idea, un principio di cui si è certi. Essa può essere pertinente a qualsivoglia campo, etico, morale, religioso, politico, economico, ecc. L’atto del convincere, etimologicamente, coincide con il sopraffare con argomenti.
Affinché le convinzioni siano fondate, è necessario che i fatti su cui si basano siano:

  • veritieri, radicati su osservazioni, meglio se compiute da più persone;
  • numerosi, cioè più fatti convergenti;
  • pertinenti, in grado di dimostrare la convinzione.

Le convinzioni sono strettamente correlate ai valori ed insieme consentono di rispondere alla domanda: “Perché?”. Nello specifico, le convinzioni sono strutture cognitive che collegano i valori ad altri aspetti delle nostre esperienze. Sono giudizi e valutazioni che formuliamo su noi stessi, gli altri, il mondo.

 

Secondo Robert Dilts le convinzioni consentono di rispondere a domande del tipo:

  • Come definisci la qualità o ciò che ritieni abbia valore?
  • Che cosa determina o crea questa qualità?
  • Quali sono le conseguenze e i risultati che derivano da ciò che ritieni abbia valore?
  • Come sai, nello specifico, che un comportamento o un’esperienza sia in accordo con un determinato valore?

Affinché un valore si concretizzi nella realtà, il sistema di convinzioni deve raggiungere un certo livello di specificazione, cioè si deve poter sapere come si sta concretamente realizzando, con delle prove, quali sono le cause e le conseguenze.

Le convinzioni, al pari dei valori, sono importanti per determinare le azioni delle persone, cioè le convinzioni che si riferiscono ai valori fondamentali di un individuo, che determinano la sua “mappa mentale” rispetto a tali valori e il modo in cui vengono concretamente manifestati.
All’interno di un’organizzazione la condivisione di credenze e valori è ciò che unisce le persone e le fa agire all’unisono.
Le convinzioni influiscono fortemente sulla vita: se si è convinti di poter fare (o meno) qualcosa non c’è modo dall’esterno di convincere una persona del suo potere ad agire e riuscire.

Le convinzioni possono plasmare, condizionare, determinare il nostro grado di intelligenza, salute, rapporti interpersonali, creatività, felicità, successo.
Nel coaching è sempre importante portare il cliente a distinguere i fatti dalle interpretazioni, le convinzioni dalle credenze, così da definire la realtà in modo più obiettivo possibile, le risorse interne ed esterne di cui dispone, le condizioni in cui si trova, al fine di poter realisticamente definire gli obiettivi ambiti e i relativi piani d’azione.

 

E TU sei consapevole delle tue convinzioni? Sei sicuro di sapere le motivazioni che ti spingono a pensare e agire? Vuoi modificare la tua vita in modo più consapevole e costruttivo per te?

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Perché è importante conoscere se stessi

Cos’è l’identità, come si declina e a cosa serve nella vita
di Anna Fata

 

conoscere se stessi

Chi almeno una volta nella vita non si è chiesto: chi sono io?

Da che mondo è mondo ciascun essere umano vaga alla ricerca, più o meno profonda, di se stesso, della propria identità, del proprio posto e ruolo nel mondo.

 

Cos’è l’identità? 

Etimologicamente l’identità attiene alla medesimezza, all’essere senza mutamento di sorta.
Psicologicamente è la consapevolezza del sé come individuo, cioè della propria personalità. Sociologicamente è la concezione che un individuo ha di sé nella società.

Le attuali teorie dell’identità sono sorte nell’ambito della logica identitaria aristotelica secondo la quale A = A e non è possibile che A sia diverso da A. Esistono, tuttavia, anche teorie logiche della non identità che contemplano la trasformazione, tra cui la logica di Hegel a cui si aggiunge quella di Ralph Waldo Emerson che propone la filosofia della non-identità personale in senso perfezionistico: il perfezionista è sempre alla ricerca del suo prossimo sé, non ancora raggiunto, ma raggiungibile.

Nel XX secolo con Pirandello si problematizza l’identità nelle sue infinite maschere, a cui si affianca il sistema non A, non aristotelico, di Alfred Korzybski, secondo il quale un ente o persona vanno definiti non in quanto tali, ma in relazione al periodo specifico di tempo in cui esistono.

 

Come si forma l’identità? 

La formazione dell’identità consta di 4 componenti:

  • identificazione: il soggetto si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri, dando luogo al senso di appartenenza a un’entità collettiva definita “noi”;
  • individuazione: il soggetto si riferisce alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dei gruppi di appartenenza, sia non;
  • imitazione: è la riproduzione conscia o non di modelli comportamentali, a seconda del contesto sociale in cui si trova;
  • interiorizzazione: permette al soggetto di creare un’immagine ben precisa di sé grazie all’importanza di giudizi, atteggiamenti, valori, comportamenti degli altri su di lui.

L’identità ha anche una forte componente corporea: la prima differenziazione è tra uomo e donna, a cui si affiancano elementi contestuali, geografici, storici, culturali, sociali, folcloristici. L’identità è sempre contestuale e relazionale.
Non ci potrebbe essere identità, se non ci fosse alterità.
L’identità può essere in positivo o negativo: la prima indica come siamo e genera appartenenza, la seconda evidenzia come non siamo e produce esclusione. Il rischio della identità positiva consiste nel produrre uno sforzo di definizione intellettuale che calcifica l’identità; il rischio di quella negativa è attribuire all’esterno le qualità non gradite, tramite proiezione.

Nel contesto tecnologico contemporaneo si tende a parlare di “identità fluide”: Bauman nella sua opera del 1992 “La modernità liquida” evidenzia la perdita dei confini identitari contestualizzati nell’epoca post-moderna, e che si accentuano anche nel fenomeno sociologico delle migrazioni.
Elizabeth Reid, Amy Bruckman, Sherry Turkle proseguono sottolineando gli effetti delle nuove tecnologie sull’identità personale, che consentono, in assenza del corpo nella rete, di sperimentare liberamente la propria identità che diviene fluida e multipla e che poi avrebbe anche delle ripercussioni off-line. L’effetto decostruttivo dell’identità sarebbe tanto più intenso quanto più le identità online sono solide, stabili nel tempo, nei contesti e all’interno di relazioni.

All’interno del coaching lavorare sull’identità, sul chi siamo, ha a che fare con le nostre convinzioni, percezioni, giudizi, valori, all’interno di un sistema che si collega, a sua volta, al nostro ruolo, lo scopo, gli obiettivi, la missione di vita.

Chiarire la struttura profonda dell’identità, in un contesto di coaching consente, tra le altre cose, di:

  • definire la direzione e lo scopo della propria vita;
  • definire e gestire i confini tra noi e gli altri;
  • sancire il senso di appartenenza o meno;
  • chiarire convinzioni e credenze in merito ai nostri limiti e potenzialità;
  • espandere il nostro potenziale;
  • accettare noi stessi e ciò che non è possibile cambiare.

 

Come il coaching può aiutare a sviluppare l’identità? 

Il coaching ha tra i suoi obiettivi primari proprio la consapevolezza di sé, lo sviluppo personale, l’autodeterminazione, la ricerca e il perseguimento concreto e contestualizzato del senso del proprio esistere.
La relazione di coaching in cui questo si esplica consente al coachee di definirsi, di essere riconosciuto, in una logica di confini me-non me, di essere accettato, incoraggiato, valorizzato.

Ciascuno di noi ha un atavico bisogno di sapere chi è, di definire il proprio ruolo nella vita privata e nel mondo. Il coaching può essere uno strumento utile per favorire tale processo, stimolando la creatività e ogni forma di talento che alberga silente in noi e aspetta solo di essere scoperto e valorizzato.

 

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Cos’è la consapevolezza e come si coltiva

Il valore della consapevolezza in un percorso di coaching
di Anna Fata

 

consapevolezza coaching

 

Solo l’essere umano può essere consapevole di sé. L’auto consapevolezza si sviluppa gradualmente nel tempo e può essere costantemente alimentata e nutrita al fine di perfezionarsi sempre più e diventare in tal modo capaci di cogliere anche le più piccole sfumature della realtà interna ed esterna.

 

Grazie all’incremento della consapevolezza è possibile raggiungere un migliore adattamento alla realtà esterna, coltivare rapporti umani più fluidi e soddisfacenti, esternare e mettere a frutto il proprio potenziale e le virtù in ogni ambito della vita, da quello scolastico, a quello professionale, da quello familiare, affettivo, a quello più ampio sul piano sociale.

 

La persona auto cosapevole è più realizzata, soddisfatta, attiva, propositiva, creativa, utile, generosa verso il prossimo, capace di una migliore riuscita scolastica e professionale, e di relazioni affettive più serene. E’ in pace con se stessa e col prossimo, perché capace di accettare sia le sue doti, sia i suoi limiti e riesce a fare altrettanto con gli altri.
Si assume le sue responsabilità, non addossa la colpa delle azioni agli altri, sente che il successo deriva dal suo impegno, mentre gli insuccessi, se e quando si verificano, sono transitori e non così deleteri.

 

In senso etimologico la consapevolezza è l’avere piena cognizione di un argomento in oggetto. Su un piano psicofisiologico è la percezione e reazione cognitiva al verificarsi di una condizione o evento. Essa non implica necessariamente la consapevolezza. E’ un concetto relativo, si può essere parzialmente consapevoli oppure esserlo a livello subconscio, oppure esserlo profondamente. Può riguardare uno stato interno, come una sensazione viscerale, o la percezione sensoriale di eventi esterni.
La consapevolezza fornisce il materiale grezzo per sviluppare idee soggettive circa la propria esperienza e successivamente rendere conscia la parte inconscia. Quest’ultima rappresenta il grado più elevato di consapevolezza a cui solo l’uomo può giungere.

 

La consapevolezza parte del dubbio su ciò che si sente, vede, legge, ascolta, percepisce in modo da discernere vero/falso, giusto/ingiusto, bello/brutto per poi andare oltre il dualismo.
La consapevolezza è uno stato di veglia, una presenza di spirito totale, una qualità dell’attenzione tale da comprendere la situazione nei dettagli. Si può paragonare ad una freccia a due punte: se la si rivolge all’esterno, diventiamo coscienti di noi, se la rivolgiamo all’interno, ai nostri pensieri, in un processo di autoconoscenza, si può comprendere il mondo esterno.

 

Le distrazioni sono un ottimo strumento per diventare sempre più attenti e consapevoli: nell’osservare il turbinio dei pensieri nella mente, senza giudizi, né aspettative, ci si rende conto che ad un certo punto essi si placano spontaneamente, consentendo di guardare in profondità dentro se stessi.
Questo porta a rendersi conto del proprio stato naturale, cioè una consapevolezza immediata, subitanea, puntuale.

 

La consapevolezza non è una meta, un punto fermo, ma un viaggio ininterrotto in se stessi, un processo interminabile. Consapevolezza piena è sinonimo di felicità, moralità, libertà, responsabilità.

 

Conoscere se stessi è conoscere una relazione, con le idee, così come con le persone, gli oggetti, i luoghi, il mondo.
La consapevolezza di una nostra risposta ad uno stimolo si può avere solo in una relazione. Essa implica un’osservazione accogliente, silenziosa, non giudicante, profondamente attenta, ricettiva, senza identificazione.

 

La consapevolezza si rinnova momento per momento, non porta niente con sé, perché la vita e noi stessi, siamo sempre nuovi, imprevedibili, e non è raggiungibile con la mente, che conserva in sé esperienze, schemi, convinzioni, credenze con cui si tende ad interpretare il nuovo. La vita e se stessi si possono rendere consapevoli andando oltre la mente. La meditazione è un ottimo strumento per fare ciò.

 

La consapevolezza è un pilastro fondamentale nel percorso di coaching, a volte è l’obiettivo stesso, diretto, altre volte è quello indiretto, funzionale ad altri obiettivi.
Il coach deve coltivare continuamente la consapevolezza di sé e dell’altro, non deve mai stancarsi di osservare, ascoltare, mettere in dubbio i filtri interpretativi, deve diventare tabula rasa di continuo, mettendo da parte quello che è convinto di sapere. Solo così il coachee può essere accolto, conosciuto per quello che è e permettergli a sua volta di compiere il medesimo percorso.

 

Nel coaching olistico il processo tradizionale di domande, ascolto, risposte, si integra e completa con un percorso di meditazione, che permette un ascolto profondo di sé, degli stimoli interni ed esterni. stimola una presenza costante, attenta. vigile, non giudicante, capace di discernere la realtà dai commenti e giudizi in merito ad essa, al fine di giungere ad una visione chiara e limpida. Gli obiettivi che il coachee arriva a porsi in seguito a questo ascolto profondo possono risultare altamente sentiti, motivanti, autentici, in profonda sintonia con quello che interiormente sente valido per sé. Questo aiuta e sostiene a sua volta la motivazione, l’attenzione, la focalizzazione verso il raggiungimento della meta finale, così come i passi e le strategie necessarie per conseguirlo.

 

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Ottimismo e successo professionale: Quale rapporto?

In che modo ottimismo e positività possono contribuire al successo professionale
di Anna Fata

ottimismo lavoro

 

Un numero costantemente in crescita di ricerche lo testimonia: nutrire un atteggiamento ottimistico, positivo fa bene. Fa bene alla salute fisica, portando a curare maggiormente la stessa, andando dal medico quando necessario, seguendo attentamente le sue prescrizioni, e a quella psichica, riducendo l’incidenza di manifestazioni depressive e ansiose.

L’ottimismo è un modo di guardare alla vita secondo il quale il mondo appare come un luogo positivo, in cui le persone e gli eventi sono considerati intrinsecamente buoni. Comporta la fiducia che le cose andranno per il meglio. Non è una forma di illusione, ma di sano realismo. E’ un modo di interpretare la realtà, come potrebbe accadere per il bicchiere che alcuni definiscono ‘mezzo pieno’ e altri ‘mezzo vuoto’.

L’ottimista di fronte ad un successo o evento positivo ritiene che abbia una causa interna, cioè che sia da imputare ad una sua azione personale, al suo impegno, alla sua perseveranza, che sia stabile, cioè che si ripresenterà in futuro, e globale, cioè estendibile anche ad altre aree della sua vita. Di fronte ad una difficoltà o insuccesso, invece, è convinto che abbia causa esterna, cioè che non dipenda da una sua mancanza, che sia isolato, cioè un accadimento sporadico, e locale, cioè non generalizzabile al resto della sua esistenza.

A livello di personalità, gli individui ottimisti vantano un livello elevato di autostima, di sicurezza, di fiducia, di apertura agli altri e al mondo e di felicità.

E tutto questo come si declina in ambito professionale?

Si è visto che i dipendenti ottimisti godono di uno stato di salute migliore a 25, 45 e 60 anni. Al contrario, uno stile esplicativo pessimista appare maggiormente correlato ad una elevata incidenza di malattie infettive, ad uno stato di salute precario e ad una mortalità più precoce.

I lavoratori ottimisti sono, inoltre, più resistenti alla fatica e allo stress, perché credono in se stessi, nelle loro risorse e sono fiduciosi che le cose cambieranno per il meglio.

Le persone ottimiste tendono a riportare risultati quantitativamente e qualitativamente migliori, tendono ad essere più collaborative e cooperative, perché riesco a fidarsi maggiormente di chi le circonda. Sono più persistenti quando si impegnano per il raggiungimento di un obiettivo, e quando vanno incontro ad una difficoltà o un fallimento riescono a fronteggiarli e a risollevarsi con maggiore vigore e in tempi brevi. Tendono ad assumersi le loro responsabilità, a correre rischi nella giusta misura e in molti casi ad essere imprenditori di se stessi.

Investire in ottimismo e felicità sul luogo di lavoro, a lungo termine, ripaga sempre. E’ una forma di capitalizzazione sul singolo che va a riflettersi anche sull’intero sistema aziendale, come per cerchi concentrici, si estende alla squadra, all’intero sistema e si esporta anche all’esterno, verso tutti gli interlocutori, clienti, fornitori, stakeholder. L’intera immagine aziendale diviene più positiva e ottimista e chi sta fuori lo sente. E’ la componente emozionale quella che, prima di tutte, filtra, ancor più e ancor prima di tante parole, spesso vuoti contenitori di una gestione aziendale priva di pathos.

Di fatto, e questa è la grande novità, ottimismo e felicità si possono costruire. Sogno? Utopia? No, se si coltivano le aree chiave che hanno individuato le ricerche della psicologia positiva in materia. In modo particolare il focus viene centrato su:

  • la ‘vita piacevole’, ovvero tutte quelle aree dell’esistenza in grado di apportare emozioni e sensazioni positive,
  • la ‘vita buona’, che riguarda l’impegno, l’assorbimento, l’immersione,
  • il cosiddetto ‘flusso’, uno stato in cui la concentrazione è a livelli di profondità tale per cui il tempo, lo spazio, la fatica si annullano ed esiste solo il proprio essere e il proprio fare, qui e adesso,
  • la ‘vita significativa’, cioè la ricerca di uno scopo, di un senso, di un vissuto di interconnessione più ampio e diffuso secondo il quale il proprio esistere e il proprio contributo hanno un valore.

L’attività professionale si può pienamente inserire in queste sfere. Può diventare qualcosa di piacevole, nella misura in cui si riesce a coltivare l’aspetto ludico, creativo, dinamico, può essere qualcosa che assorbe completamente se lo si sente parte di sé, e qualcosa di significativo se viene veramente valorizzato nel contesto in cui si inserisce, se non ci si sente pezzi di un ingranaggio più ampio, in cui si viene spersonalizzati come individui e alienati dal proprio prodotto.

Questa è la base della soddisfazione, oltre che della felicità. Una persona soddisfatta sta bene con se stessa, con gli altri, è produttiva, non solo parla bene dell’azienda, ma la vive come parte di sé e come tale la esprime. Fatti, ancora una volta, non parole.

Mettere al centro l’individuo, dunque, all’azienda conviene e non solo per il fatto che essa stessa è composta da persone, ma anche e soprattutto perché tutti i suoi interlocutori sono tali. Si parte dall’individuo, si allarga il cerchio e ad esso si ritorna. E vista la ricerca di un senso per la vita, della soddisfazione, della felicità che da sempre connota l’esistenza di ciascuno di noi, una azienda che incarna (e non solo parla) questi valori può essere l’unica veramente in grado di essere vicina a tutti i suoi interlocutori e aiutarli a compiere il loro cammino evolutivo.

 

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Come sviluppare la consapevolezza quotidiana

Vivere e lavorare con serenità e soddisfazione
di Anna Fata

 

consapevolezza

 

Oggi siamo coinvolti incessantemente nel vortice della velocità, del multitasking. Affermiamo di non avere tempo, eppure ogni individuo dispone di 24 ore e quelle utilizza. Questione di priorità, scelte, valori che orientano le proprie azioni. Quando si ha chiaro quello che ci motiva, ci alimenta, ci emoziona, ci appassiona, ecco che le scelte possono diventare relativamente più semplici. Non necessariamente facili, ma sicuramente più autentiche. Siamo consapevoli se e quando soddisfiamo i nostri valori e le priorità, sappiamo, invece, quando per un motivo o per l’altro, decidiamo di abdicarvi.

A volte siamo talmente disabituati alla consapevolezza, all’ascolto, alla centratura su noi stessi che non sappiamo da dove cominciare per decidere.

Niente di più semplice in questo senso: l’ascolto del corpo con tutte le sensazioni e le percezioni che ne derivano può rappresentare un’ottima scuola da cui possiamo re-imparare chi siamo, cosa vogliamo, che direzione di vita e di lavoro desideriamo intraprendere.

L’ulteriore buona notizia consiste nel fatto che il corpo è sempre a nostra disposizione, 24 ore su 24. E non dobbiamo neppure andare tanto lontano per trovarlo. E poi dal corpo, a seguire, sorgono pensieri, emozioni e ogni piccola grande sfumatura che attiene alla nostra vita interiore più profonda che può raccontarci molto di noi.

Qualche piccola indicazione pratica su come tornare a centrarsi su se stessi, ascoltandosi nella più piccola e semplice quotidianità, pur sapendo che la vita di ogni giorno è ricchissima di spunti e possibilità in questo senso:

 

  • Dedica qualche istante la mattina, al risveglio, per ripercorrere mentalmente quel che per te conta, a cui dai valore, e per cui ritieni valga la pena alzarsi
  • Soffermati ad assaporare l’aroma e il calore del caffè, come se lo gustassi per la prima volta
  • Percepisci la freschezza dell’acqua che ti sfiora le mani, mentre ti lavi
  • Lavati i denti, e non divagare non la mente mentre lo fai
  • Congedati da casa con la stessa attenzione e serenità, come se non dovessi più farvi ritorno
  • Ascolta il tuo collega d’ufficio come se non t’avesse mai parlato prima d’ora
  • Quando fai il tuo spuntino per pranzo, limitati a mangiare, senza fare altro in contemporanea
  • Accetta un regalo, un complimento, una gratificazione, senza pretendere altro, né pensando di dover ricambiare
  • Se assisti ad una scena d’ira, cerca di andare oltre e di percepire il dolore che vi alberga dietro
  • Non giudicare
  • Non prendere mai le affermazioni su un piano personale: ogni commento è soggettivo e il mondo interiore di chi ci sta di fronte, a dispetto delle apparenze, è molto più ricco di sofferenze di quanto si possa immaginare
  • Se vieni aggredito, reagisci, ma lascia che la cosa si esaurisca lì
  • Sii in grado di distinguere la valenza delle due affermazioni precedenti
  • Sii preciso quanto basta, per fare del tuo meglio, senza perderti nei dettagli superflui
  • Pensa con la tua testa, senti con il tuo cuore, decidi con la tua pancia
  • Ascolta il contatto della tua pelle con gli abiti che indossi
  • Ricordati di osservare per un istante il tramonto
  • Non perdere tempo in pettegolezzi
  • Porta a termine quel che cominci: domani potresti non averne più la possibilità ..
  • … ma soprattutto, ultimo non ultimo, dimentica ogni regola!

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Oppure ti potrebbe interessare leggere il libro: “La vita professionale e la pratica meditativa, Edizioni Il Punto d’Incontro

libro anna fata

Come coltivare la leadership?

Mettere a frutto il proprio potenziale nella vita e nel lavoro
di Anna Fata

 

leadership

 

Tanto si è detto, scritto, fatto a proposito di leadership, nonostante ciò il tema non smette mai di attrarre.
Teorie, pratiche, modelli, strumenti, si susseguono negli anni, come se, in fondo, non solo non ne sapessimo mai abbastanza di leadership, ma anche e soprattutto non fossimo in grado di incarnarla con tutto noi stessi.

E’ possibile per ciascuno di noi diventare leader di se stessi e degli altri, in ogni contesto di vita, privata e professionale, familiare e sociale, perché per costruire se stessi e la vita che si desidera, e al tempo stesso realizzarsi e contribuire a costruire un mondo migliore, occorre conoscere se stessi, le proprie potenzialità, i valori, le convinzioni, essere coerenti nell’essere, nel dire, nel fare.

 

Cos’è la leadership?

Il termine leadership fa riferimento al sostantivo “lead” che significa sentiero, via, strada, rotta, e al verbo “to lead” che significa mostrare la strada agli altri, mettendosi alla testa della fila e procedendo davanti a tutti. Leader è colui che compie tutto ciò, che sprona gli altri a intraprendere un viaggio, a fare in modo che lo seguano liberamente, di propria iniziativa.

Tra le numerose interpretazioni del concetto che si sono susseguite negli anni, nel presente contesto consideriamo la leadership come processo, interazione, relazione che prende forma in una situazione che richiede scelte di principio e di comportamento, tra colui o coloro che occupano le posizioni più elevate in una struttura e il resto del gruppo. Chi è al vertice può proporre idee e attività nel gruppo, influenzandolo a modificare il suo comportamento. Il processo d’influsso, in ogni caso, è reciproco.
Il leader è colui che ha una volontà motivata di scelta e i mezzi per farla valere presso gli altri partecipi della relazione sociale. Il leader non è l’unico ad avere ruolo attivo, ma l’interazione è egemonizzata da lui.
La leadership è dinamica, è provocata da situazioni nuove che richiedono risposte nuove ed è esaltata dalla crisi. Può avvalersi di strumenti istituzionali, ma lo fa in modo creativo, allo stesso modo in cui si avvale di poteri e risorse personali e sociali.
Il vero leader è libero da ogni dipendenza ultima, in quanto è fedele a un criterio di responsabilità di cui si sente di rispondere di fronte a se stesso, secondo il proprio giudizio.
Tale concezione è più ideale che non reale, perché di rado il leader ha una indipendenza assoluta. Egli, inoltre, è legittimato all’assunzione di tale ruolo a condizione del raggiungimento degli obiettivi stabiliti, da verificarsi periodicamente.
Nella concezione qui adottata preferiamo parlare di indipendenza relativa, che rimanda ad un’autonomia e libertà assoluta che appartiene esclusivamente al trascendente, a cui anche il leader, in quanto essere umano, e come tale limitato, è costretto consapevolmente o meno a fare riferimento.

 

Leader si nasce o si diventa?

Molto si è indagato relativamente al fatto se leader si nasce o si diventa, se vi sono dei tratti caratteriali predisponenti, se vi sono fattori genetici, fino a che punto si può essere influenzati dal contesto familiare, educativo, professionale, sociale, ambientale. Diverse e spesso discordanti sono state le teorie che sono state formulate.

E’ fondamentale, però, che base di partenza di ogni forma di leadership sia la self-leadership: ciascuno deve essere prima di tutto e soprattutto leader di se stesso.

 

Come diventare un leader?

Vi sono tre aree fondamentali su cui lavorare al fine di sviluppare la propria leadership:

 

  • Essere: Gli esseri umani vogliono sempre diventare qualcosa. Ciascuno vuole sviluppare nuove parti di sé, tramite l’apprendimento, l’esperienza. Non si tratta di arrivare da qualche parte, non è qualcosa che si ottiene una volta per tutte, né che si può trattenere. Il concetto di “diventare” è stato introdotto nel 1955 da Gordon Allport che ha fondato il modello dello sviluppo della personalità dell’adulto, secondo il quale gli esseri umani continuano ad evolvere e svilupparsi in tutte le fasi della loro esistenza, ciascuno di noi rappresenta un unico sé, c’è una continua integrazione di nuove esperienze che si riflettono in chi siamo. A dispetto di ciò che sembrano tratti stabili, siamo continuamente in divenire. Il chi siamo ha la possibilità di una costante crescita e sviluppo. Un ottimo leader dovrebbe sapere integrare ciò che apprende dagli esperti nel campo con l’addestramento e l’esperienza che si acquisisce applicando tutto ciò personalmente. Egli ha l’obbligo professionale di aspirare a diventare un maestro della sua disciplina e di impegnarsi in un continuo autosviluppo. Il nostro diventare riflette il nostro essere. Il nostro essere dà forma al nostro fare. Gli strumenti e le tecniche che si utilizzano sono un’estensione del nostro essere. L’essere è la pietra d’angolo
  • Fare: Lo sviluppo è un processo da dentro a fuori. Il percorso verso la consapevolezza del leader offre l’impronta per come egli lavora con i seguaci per raggiungere il medesimo obiettivo. Il leader deve mettere in gioco se stesso, rinnovarsi di continuo, dare l’esempio, sporcarsi le mani, stabilire obiettivi concreti, utili, raggiungibili, misurabili
  • Utilizzare: Un leader nel suo agire si avvale di strumenti, tecniche, teorie, a servizio dei suoi seguaci e degli obiettivi da raggiungere. Ciò che si usa è utile nella misura in cui serve per espandere la prospettiva di osservazione e lo spettro di azione, per sé e per i seguaci. Il suo impiego deve essere frutto della creatività del leader, deve adattarsi alla persona, al tempo, alle circostanze, agli obiettivi. Teorie e tecniche sono, però, anche un’arma a doppio taglio: possono espandere, così come limitare le opzioni. Sta al leader farne buon uso.

Affinché un buon leader sia costantemente attento al suo percorso interiore, in modo da mettersi sempre più al servizio dei suoi seguaci e degli obiettivi comuni, possono essere utili alcune domande guida che può rivolgere a se stesso:

  • Cosa sto imparando di me stesso?
  • Quale storia sto vivendo?
  • In che modo questa storia mi sta potenziando o limitando?
  • A cosa è necessario che io ponga più attenzione?
  • Quali seguaci sto attraendo? In cosa mi rispecchiano?
  • Come lo stare nel mio sviluppo mi aiuta ad essere a servizio dei seguaci?
  • Chi sono io nel processo del divenire?

 

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Oppure puoi leggere il libro: “Vivere e lavorare meglio – Come superare crisi e conflitti, Edizioni Paoline

libro fata

Come riconoscere la Fame Emotiva?

Fame Fisiologica e Fame Emotiva: cosa sono e come si riconoscono?
di Anna Fata


fame emozionale

 

La Fame Emotivaè tipica di quelle persone che ricorrono al cibo quando sono in preda a vissuti emotivi.

Pare che questa abitudini affondi le sue radici nell’infanzia, quando il cibo per tali persone veniva usato come gratificazione, remunerazione, premio, consolazione, ricatto, compensazione, consolazione, in generale per altri fini che non fossero quelli strettamente connessi alla fame organica.

In questo modo il cibo è diventato il mezzo con cui affrontare ogni tipo di emozione, positiva oppure negativa che non si era in grado di gestire: ansia, noia, tristezza, agitazione, ma anche grande gioia, attesa.

Gli episodi di Fame Emozionale possono presentarsi in ogni momento della giornata, ma in modo particolare nel tardo pomeriggio, la sera, la notte. Secondo alcune ricerche sono più a rischio le donne, secondo altre, invece, pare che colpisca indifferentemente uomini e donne, ciò che è differente sono i cibi a cui ci si rivolge: le donne prediligono cibi morbidi, cremosi, dolci, gli uomini i cibi più consistenti, croccanti, salati, saporiti, anche piccanti.

Oltre a fattori sociali, familiari, educativi che possono indurre le persone a ripetere modelli di comportamento disadattavi appresi nell’infanzia, che vedono il cibo come compensazione, conforto, premio, riempimento emotivo, compagno, sostegno, o effettiva scarsità nell’infanzia, ecc., possono esserci anche altri elementi che possono predisporre la persona ad un maggiore rischio di sviluppo della Fame Emozionale.

Pare che possano esistere dei fattori biologici che predispongono alcune persone a essere meno capaci di distinguere tra fame organica e fame emozionale.

Secondo alcune interpretazioni la fame emozionale ha sempre alla base l’ansia, secondo altre lo stress.
Il cibo viene utilizzato come strumento da introiettare in modo compulsivo, finché non si raggiunge lo stato di sedazione dell’emozione, a cui segue il rilassamento e dopo poco il senso di colpa, quando ci rende conto dell’accaduto e spesso anche vergogna, disistima, autosvalutazione.

Esistono delle differenze tra fame fisiologica e fame emotiva, ma spesso non vengono percepite.

 

 

Fame emotiva Fame fisiologica
Insorge all’improvviso Sorge gradualmente
Richiede soddisfazione immediata La soddisfazione può essere differibile
Conduce verso i “confort food” E’ aperta a diversi tipi di cibo, secondo la disponibilità del momento
Non si soddisfa mai una volta per tutte Si soddisfa una volta in cui lo stomaco è sazio
Al termine dell’abbuffata sorgono senso di colpa, tristezza, rabbia, disistima, vergogna, ecc. Soddisfare uno stimolo organico non ha ripercussioni emotive sul proprio sé

 

Come riconoscere la Fame Emotiva? 

Alcune domande chiave che possono aiutarci a comprendere se anche noi possiamo essere vittime abituali della fame emotiva possono essere:

  •  Quando avverti lo stimolo della fame, dove lo senti?
  • Quando avverti lo stimolo della fame, come ti senti emotivamente?
  • Quando avverti lo stimolo della fame, quali sono i tuoi pensieri?
  • Lo stimolo della fame è differibile o terribilmente urgente?
  • Da quali cibi ti senti attratto?
  • Quando avverti lo stimolo della fame, dove sei, con chi, cosa stai facendo?
  • Quando decidi cosa acquistare al supermercato, come ti senti fisicamente ed emotivamente?
  • Quando decidi cosa cucinare, come ti senti fisicamente ed emotivamente?
  • Quando stai per iniziare a mangiare, come ti senti nello stomaco e in generale nel corpo?
  • Quando stai per iniziare a mangiare, quali emozioni e pensieri ti attraversano?
  • Mentre stai mangiando, sei consapevole fisicamente, emotivamente, mentalmente di quello che accade?
  • Quando hai finito di mangiare come ti senti nello stomaco e nel corpo?
  • Quando hai finito di mangiare quali emozioni e pensieri ti attraversano?
  • Dopo 30-60 minuti che hai finto di mangiare come ti senti nel corpo, nei vissuti emotivi e cognitivi?
  • Senti di avere potere sul tuo rapporto col cibo?
  • Il cibo cosa rappresenta per te?
  • Quali sono le tue abitudini di consumo? Ti soddisfano? Cosa potresti fare per renderle più gradevoli e sane?

 

Vuoi imparare a riconoscere e gestire la tua Fame Emotiva?
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conferenze marzo 2016

Conoscere e coltivare la gratitudine

gratitudine
Cos’è la gratitudine? Come si coltiva? Quali sono i benefici che arreca?
di Anna Fata

 

Si tratta di un senso di riconoscenza e di gioia per avere ricevuto un dono, indipendentemente dal fatto che questo sia stato tangibile o meno. E’ un modo di sentire che ci porta a desiderare esattamente ciò che abbiamo.

Il termine deriva dal latino ‘gratia’. Anticamente nei monumenti veniva raffigurata da una donna con in mano un mazzo di fiori e di fave e accanto una cicogna.

La persona in grado di vivere la gratitudine apprezza ogni giorno che vive, e che sente come un dono e non come un peso, capisce che la sua vita viene resa possibile e semplificata grazie agli sforzi degli altri, è riconoscente verso i genitori. Anche quando accade qualche evento avverso trova ragioni e valori in grado di giustificarlo; prova di frequente un senso di meraviglia e di stupore per ogni cosa che non dà mai per scontata.

Ringraziare non è qualcosa che ha a che fare con l’inferiorità, non ci mette di fronte alle nostre incapacità, a ciò che non siamo in grado di avere o di fare da soli. Al contrario, saper ringraziare ci innalza e ci eleva perché è una forma di riconoscenza che sgorga dal cuore, quando d’improvviso, come in seguito ad una folgorazione, prendiamo atto che noi siamo frutto di una sorta di ‘miracolo’, che si rinnova costantemente, istante dopo istante. Non l’abbiamo chiesto, ci è stato offerto, e proprio per questo siamo chiamati a farne buon uso.

Inoltre, la gratitudine ci richiama alle nostre responsabilità: come parti di un tutto interconnesso e interdipendente siamo invitati a prendere parte attiva di questo complesso processo che comporta un flusso ininterrotto di attività e di energia.

A volte la gratitudine può sorgere d’improvviso, al termine di un periodo di difficoltà: a quel punto ci rendiamo conto di quanto il normale scorrere delle cose non sia ‘dovuto’, ma un’opportunità che siamo chiamati a valorizzare nel migliore dei modi. A quel punto ogni singolo momento di vita comincia ad essere esaltato, se ne sente la preziosità, la sacralità, tale per cui anche le briciole non vanno sprecate.

La gratitudine può avere una forma personale, che è orientata verso una persona specifica ed un beneficio che questa ha arrecato, e una transpersonale, verso Dio, una Entità superiore, o il cosmo. In tali istanti ci si sente in pace, fortunati, graziati.

La gratitudine si compone essenzialmente di tre aspetti:

  • un caldo apprezzamento per qualcosa o qualcuno,
  • una buona disposizione d’animo verso la persona o cosa,
  • una inclinazione ad agire in modo conseguente a tali vissuti.

Si tratta di una e vera e propria potenzialità che, secondo l’approccio della psicologia positiva, aiuta a vivere meglio. Alcune ricerche hanno messo in evidenza che le persone particolarmente grate sono più propense ad effettuare regolarmente esercizio fisico, ad avere meno malesseri fisici, a valutare complessivamente bene la loro vita nell’insieme, ad essere più ottimiste per il futuro, a riportare più entusiasmo, determinazione, energia.

Le persone grate non sono prive di senso di realismo, ma valutano in modo più positivo il presente e il futuro. Inoltre, è più probabile che abbiano livelli di spiritualità e di religiosità più elevati, che avvertano un senso di interconnessione con chi li circonda, sono più responsabili, meno invidiosi, attribuiscano scarsa importanza ai beni materiali, siano più aperte alle esperienze, estroverse, concilianti, meno nevrotiche. Si impegnano spesso in comportamenti prosociali, supportivi, nutrono sentimenti ed emozioni positive e vivono più a lungo.

La gratitudine si sviluppa tra i 7 e i 10 anni nei confronti di coloro che offrono qualcosa.

La sua espressione viene favorita dalla presenza di una consapevolezza spirituale e/o religiosa, dall’empatia, dall’umiltà, dalla capacità di mettersi nei panni degli altri, dall’avere una visione prospettica ampia della vita e dal considerare l’esistenza nel suo complesso e i suoi singoli elementi come un dono. L’inclinazione a riflettere, a contemplare, a considerare gli altri parte attiva del proprio successo, l’essere stati allevati in un contesto familiare in cui essa era considerata un valore sono altri fattori che la stimolano. Ad ogni modo, anche in età adulta essa può essere coltivata e accresciuta, soprattutto come effetto di una profonda riflessione su se stessi. A quel punto potremmo restare stupiti nel renderci conto che quel che riceviamo è costantemente maggiore di quanto offriamo.

La sua espressione può essere ostacolata dal fatto di sentirsi delle vittime passive, dal senso di inferiorità, di disistima, dalla scarsa autoconsapevolezza e riflessione su di sé, dalla focalizzazione massiccia sugli aspetti più materiali della vita, dal narcisismo. Questo porta a considerare ciò che compiono gli altri nei nostri confronti come qualcosa di dovuto e non come un dono, atteggiamento che impedisce la reciprocità.

La persona che non riesce a provare gratitudine spesso cade nell’invidia: quello che sento di non riuscire a possedere e che ritengo mi appartenga di diritto lo invidio. L’invidia compie un ulteriore passo, è distruttiva: se non posso raggiungere ciò che voglio e che sono convinto mi debba appartenere, non puoi possederlo neppure tu, così preferisco distruggerlo. E da qui attacchi efferati a ciò che si vorrebbe, ma non si riesce a conseguire, con grande dolore da ambo le parti.

Avere ottenuto delle gratificazioni sufficienti da bambini pone le basi per un senso di soddisfazione, di sazietà che se fosse assente darebbe adito ad una ricerca spasmodica e inevitabilmente destinata all’insuccesso di sostituti tali da colmare il vuoto, prima di tutto affettivo, che ci si sente dentro. Tutto questo, però, si può recuperare anche da adulti, diventando dei buoni genitori di se stessi, in grado di offrirsi i riconoscimenti necessari per il proprio benessere e facendo poi altrettanto anche con gli altri. Se ci ostiniamo a ritenerci vittime di privazioni che ci sono state inferte in modo volontario non riusciremo mai a perdonare, a lasciare andare il dolore e il legame negativo che ci connette al passato e alle persone che siamo convinti ci abbiano ferito. Prendere atto che tali persone hanno fatto il possibile e, al limite, del loro meglio ci spinge non solo ad accettare persone e situazioni per quelle che sono state, ma apre le porte alla considerazione che come in passato, anche nel presente, esistono diverse possibilità e che sta solo a noi, qui e adesso, effettuare quelle modifiche che ci possono far stare meglio.

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