Cos’è la consapevolezza e come si coltiva

Il valore della consapevolezza in un percorso di coaching
di Anna Fata

 

consapevolezza coaching

 

Solo l’essere umano può essere consapevole di sé. L’auto consapevolezza si sviluppa gradualmente nel tempo e può essere costantemente alimentata e nutrita al fine di perfezionarsi sempre più e diventare in tal modo capaci di cogliere anche le più piccole sfumature della realtà interna ed esterna.

 

Grazie all’incremento della consapevolezza è possibile raggiungere un migliore adattamento alla realtà esterna, coltivare rapporti umani più fluidi e soddisfacenti, esternare e mettere a frutto il proprio potenziale e le virtù in ogni ambito della vita, da quello scolastico, a quello professionale, da quello familiare, affettivo, a quello più ampio sul piano sociale.

 

La persona auto cosapevole è più realizzata, soddisfatta, attiva, propositiva, creativa, utile, generosa verso il prossimo, capace di una migliore riuscita scolastica e professionale, e di relazioni affettive più serene. E’ in pace con se stessa e col prossimo, perché capace di accettare sia le sue doti, sia i suoi limiti e riesce a fare altrettanto con gli altri.
Si assume le sue responsabilità, non addossa la colpa delle azioni agli altri, sente che il successo deriva dal suo impegno, mentre gli insuccessi, se e quando si verificano, sono transitori e non così deleteri.

 

In senso etimologico la consapevolezza è l’avere piena cognizione di un argomento in oggetto. Su un piano psicofisiologico è la percezione e reazione cognitiva al verificarsi di una condizione o evento. Essa non implica necessariamente la consapevolezza. E’ un concetto relativo, si può essere parzialmente consapevoli oppure esserlo a livello subconscio, oppure esserlo profondamente. Può riguardare uno stato interno, come una sensazione viscerale, o la percezione sensoriale di eventi esterni.
La consapevolezza fornisce il materiale grezzo per sviluppare idee soggettive circa la propria esperienza e successivamente rendere conscia la parte inconscia. Quest’ultima rappresenta il grado più elevato di consapevolezza a cui solo l’uomo può giungere.

 

La consapevolezza parte del dubbio su ciò che si sente, vede, legge, ascolta, percepisce in modo da discernere vero/falso, giusto/ingiusto, bello/brutto per poi andare oltre il dualismo.
La consapevolezza è uno stato di veglia, una presenza di spirito totale, una qualità dell’attenzione tale da comprendere la situazione nei dettagli. Si può paragonare ad una freccia a due punte: se la si rivolge all’esterno, diventiamo coscienti di noi, se la rivolgiamo all’interno, ai nostri pensieri, in un processo di autoconoscenza, si può comprendere il mondo esterno.

 

Le distrazioni sono un ottimo strumento per diventare sempre più attenti e consapevoli: nell’osservare il turbinio dei pensieri nella mente, senza giudizi, né aspettative, ci si rende conto che ad un certo punto essi si placano spontaneamente, consentendo di guardare in profondità dentro se stessi.
Questo porta a rendersi conto del proprio stato naturale, cioè una consapevolezza immediata, subitanea, puntuale.

 

La consapevolezza non è una meta, un punto fermo, ma un viaggio ininterrotto in se stessi, un processo interminabile. Consapevolezza piena è sinonimo di felicità, moralità, libertà, responsabilità.

 

Conoscere se stessi è conoscere una relazione, con le idee, così come con le persone, gli oggetti, i luoghi, il mondo.
La consapevolezza di una nostra risposta ad uno stimolo si può avere solo in una relazione. Essa implica un’osservazione accogliente, silenziosa, non giudicante, profondamente attenta, ricettiva, senza identificazione.

 

La consapevolezza si rinnova momento per momento, non porta niente con sé, perché la vita e noi stessi, siamo sempre nuovi, imprevedibili, e non è raggiungibile con la mente, che conserva in sé esperienze, schemi, convinzioni, credenze con cui si tende ad interpretare il nuovo. La vita e se stessi si possono rendere consapevoli andando oltre la mente. La meditazione è un ottimo strumento per fare ciò.

 

La consapevolezza è un pilastro fondamentale nel percorso di coaching, a volte è l’obiettivo stesso, diretto, altre volte è quello indiretto, funzionale ad altri obiettivi.
Il coach deve coltivare continuamente la consapevolezza di sé e dell’altro, non deve mai stancarsi di osservare, ascoltare, mettere in dubbio i filtri interpretativi, deve diventare tabula rasa di continuo, mettendo da parte quello che è convinto di sapere. Solo così il coachee può essere accolto, conosciuto per quello che è e permettergli a sua volta di compiere il medesimo percorso.

 

Nel coaching olistico il processo tradizionale di domande, ascolto, risposte, si integra e completa con un percorso di meditazione, che permette un ascolto profondo di sé, degli stimoli interni ed esterni. stimola una presenza costante, attenta. vigile, non giudicante, capace di discernere la realtà dai commenti e giudizi in merito ad essa, al fine di giungere ad una visione chiara e limpida. Gli obiettivi che il coachee arriva a porsi in seguito a questo ascolto profondo possono risultare altamente sentiti, motivanti, autentici, in profonda sintonia con quello che interiormente sente valido per sé. Questo aiuta e sostiene a sua volta la motivazione, l’attenzione, la focalizzazione verso il raggiungimento della meta finale, così come i passi e le strategie necessarie per conseguirlo.

 

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