Ottimismo e successo professionale: Quale rapporto?

In che modo ottimismo e positività possono contribuire al successo professionale
di Anna Fata

ottimismo lavoro

 

Un numero costantemente in crescita di ricerche lo testimonia: nutrire un atteggiamento ottimistico, positivo fa bene. Fa bene alla salute fisica, portando a curare maggiormente la stessa, andando dal medico quando necessario, seguendo attentamente le sue prescrizioni, e a quella psichica, riducendo l’incidenza di manifestazioni depressive e ansiose.

L’ottimismo è un modo di guardare alla vita secondo il quale il mondo appare come un luogo positivo, in cui le persone e gli eventi sono considerati intrinsecamente buoni. Comporta la fiducia che le cose andranno per il meglio. Non è una forma di illusione, ma di sano realismo. E’ un modo di interpretare la realtà, come potrebbe accadere per il bicchiere che alcuni definiscono ‘mezzo pieno’ e altri ‘mezzo vuoto’.

L’ottimista di fronte ad un successo o evento positivo ritiene che abbia una causa interna, cioè che sia da imputare ad una sua azione personale, al suo impegno, alla sua perseveranza, che sia stabile, cioè che si ripresenterà in futuro, e globale, cioè estendibile anche ad altre aree della sua vita. Di fronte ad una difficoltà o insuccesso, invece, è convinto che abbia causa esterna, cioè che non dipenda da una sua mancanza, che sia isolato, cioè un accadimento sporadico, e locale, cioè non generalizzabile al resto della sua esistenza.

A livello di personalità, gli individui ottimisti vantano un livello elevato di autostima, di sicurezza, di fiducia, di apertura agli altri e al mondo e di felicità.

E tutto questo come si declina in ambito professionale?

Si è visto che i dipendenti ottimisti godono di uno stato di salute migliore a 25, 45 e 60 anni. Al contrario, uno stile esplicativo pessimista appare maggiormente correlato ad una elevata incidenza di malattie infettive, ad uno stato di salute precario e ad una mortalità più precoce.

I lavoratori ottimisti sono, inoltre, più resistenti alla fatica e allo stress, perché credono in se stessi, nelle loro risorse e sono fiduciosi che le cose cambieranno per il meglio.

Le persone ottimiste tendono a riportare risultati quantitativamente e qualitativamente migliori, tendono ad essere più collaborative e cooperative, perché riesco a fidarsi maggiormente di chi le circonda. Sono più persistenti quando si impegnano per il raggiungimento di un obiettivo, e quando vanno incontro ad una difficoltà o un fallimento riescono a fronteggiarli e a risollevarsi con maggiore vigore e in tempi brevi. Tendono ad assumersi le loro responsabilità, a correre rischi nella giusta misura e in molti casi ad essere imprenditori di se stessi.

Investire in ottimismo e felicità sul luogo di lavoro, a lungo termine, ripaga sempre. E’ una forma di capitalizzazione sul singolo che va a riflettersi anche sull’intero sistema aziendale, come per cerchi concentrici, si estende alla squadra, all’intero sistema e si esporta anche all’esterno, verso tutti gli interlocutori, clienti, fornitori, stakeholder. L’intera immagine aziendale diviene più positiva e ottimista e chi sta fuori lo sente. E’ la componente emozionale quella che, prima di tutte, filtra, ancor più e ancor prima di tante parole, spesso vuoti contenitori di una gestione aziendale priva di pathos.

Di fatto, e questa è la grande novità, ottimismo e felicità si possono costruire. Sogno? Utopia? No, se si coltivano le aree chiave che hanno individuato le ricerche della psicologia positiva in materia. In modo particolare il focus viene centrato su:

  • la ‘vita piacevole’, ovvero tutte quelle aree dell’esistenza in grado di apportare emozioni e sensazioni positive,
  • la ‘vita buona’, che riguarda l’impegno, l’assorbimento, l’immersione,
  • il cosiddetto ‘flusso’, uno stato in cui la concentrazione è a livelli di profondità tale per cui il tempo, lo spazio, la fatica si annullano ed esiste solo il proprio essere e il proprio fare, qui e adesso,
  • la ‘vita significativa’, cioè la ricerca di uno scopo, di un senso, di un vissuto di interconnessione più ampio e diffuso secondo il quale il proprio esistere e il proprio contributo hanno un valore.

L’attività professionale si può pienamente inserire in queste sfere. Può diventare qualcosa di piacevole, nella misura in cui si riesce a coltivare l’aspetto ludico, creativo, dinamico, può essere qualcosa che assorbe completamente se lo si sente parte di sé, e qualcosa di significativo se viene veramente valorizzato nel contesto in cui si inserisce, se non ci si sente pezzi di un ingranaggio più ampio, in cui si viene spersonalizzati come individui e alienati dal proprio prodotto.

Questa è la base della soddisfazione, oltre che della felicità. Una persona soddisfatta sta bene con se stessa, con gli altri, è produttiva, non solo parla bene dell’azienda, ma la vive come parte di sé e come tale la esprime. Fatti, ancora una volta, non parole.

Mettere al centro l’individuo, dunque, all’azienda conviene e non solo per il fatto che essa stessa è composta da persone, ma anche e soprattutto perché tutti i suoi interlocutori sono tali. Si parte dall’individuo, si allarga il cerchio e ad esso si ritorna. E vista la ricerca di un senso per la vita, della soddisfazione, della felicità che da sempre connota l’esistenza di ciascuno di noi, una azienda che incarna (e non solo parla) questi valori può essere l’unica veramente in grado di essere vicina a tutti i suoi interlocutori e aiutarli a compiere il loro cammino evolutivo.

 

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