Conoscere e coltivare la gratitudine

gratitudine
Cos’è la gratitudine? Come si coltiva? Quali sono i benefici che arreca?
di Anna Fata

 

Si tratta di un senso di riconoscenza e di gioia per avere ricevuto un dono, indipendentemente dal fatto che questo sia stato tangibile o meno. E’ un modo di sentire che ci porta a desiderare esattamente ciò che abbiamo.

Il termine deriva dal latino ‘gratia’. Anticamente nei monumenti veniva raffigurata da una donna con in mano un mazzo di fiori e di fave e accanto una cicogna.

La persona in grado di vivere la gratitudine apprezza ogni giorno che vive, e che sente come un dono e non come un peso, capisce che la sua vita viene resa possibile e semplificata grazie agli sforzi degli altri, è riconoscente verso i genitori. Anche quando accade qualche evento avverso trova ragioni e valori in grado di giustificarlo; prova di frequente un senso di meraviglia e di stupore per ogni cosa che non dà mai per scontata.

Ringraziare non è qualcosa che ha a che fare con l’inferiorità, non ci mette di fronte alle nostre incapacità, a ciò che non siamo in grado di avere o di fare da soli. Al contrario, saper ringraziare ci innalza e ci eleva perché è una forma di riconoscenza che sgorga dal cuore, quando d’improvviso, come in seguito ad una folgorazione, prendiamo atto che noi siamo frutto di una sorta di ‘miracolo’, che si rinnova costantemente, istante dopo istante. Non l’abbiamo chiesto, ci è stato offerto, e proprio per questo siamo chiamati a farne buon uso.

Inoltre, la gratitudine ci richiama alle nostre responsabilità: come parti di un tutto interconnesso e interdipendente siamo invitati a prendere parte attiva di questo complesso processo che comporta un flusso ininterrotto di attività e di energia.

A volte la gratitudine può sorgere d’improvviso, al termine di un periodo di difficoltà: a quel punto ci rendiamo conto di quanto il normale scorrere delle cose non sia ‘dovuto’, ma un’opportunità che siamo chiamati a valorizzare nel migliore dei modi. A quel punto ogni singolo momento di vita comincia ad essere esaltato, se ne sente la preziosità, la sacralità, tale per cui anche le briciole non vanno sprecate.

La gratitudine può avere una forma personale, che è orientata verso una persona specifica ed un beneficio che questa ha arrecato, e una transpersonale, verso Dio, una Entità superiore, o il cosmo. In tali istanti ci si sente in pace, fortunati, graziati.

La gratitudine si compone essenzialmente di tre aspetti:

  • un caldo apprezzamento per qualcosa o qualcuno,
  • una buona disposizione d’animo verso la persona o cosa,
  • una inclinazione ad agire in modo conseguente a tali vissuti.

Si tratta di una e vera e propria potenzialità che, secondo l’approccio della psicologia positiva, aiuta a vivere meglio. Alcune ricerche hanno messo in evidenza che le persone particolarmente grate sono più propense ad effettuare regolarmente esercizio fisico, ad avere meno malesseri fisici, a valutare complessivamente bene la loro vita nell’insieme, ad essere più ottimiste per il futuro, a riportare più entusiasmo, determinazione, energia.

Le persone grate non sono prive di senso di realismo, ma valutano in modo più positivo il presente e il futuro. Inoltre, è più probabile che abbiano livelli di spiritualità e di religiosità più elevati, che avvertano un senso di interconnessione con chi li circonda, sono più responsabili, meno invidiosi, attribuiscano scarsa importanza ai beni materiali, siano più aperte alle esperienze, estroverse, concilianti, meno nevrotiche. Si impegnano spesso in comportamenti prosociali, supportivi, nutrono sentimenti ed emozioni positive e vivono più a lungo.

La gratitudine si sviluppa tra i 7 e i 10 anni nei confronti di coloro che offrono qualcosa.

La sua espressione viene favorita dalla presenza di una consapevolezza spirituale e/o religiosa, dall’empatia, dall’umiltà, dalla capacità di mettersi nei panni degli altri, dall’avere una visione prospettica ampia della vita e dal considerare l’esistenza nel suo complesso e i suoi singoli elementi come un dono. L’inclinazione a riflettere, a contemplare, a considerare gli altri parte attiva del proprio successo, l’essere stati allevati in un contesto familiare in cui essa era considerata un valore sono altri fattori che la stimolano. Ad ogni modo, anche in età adulta essa può essere coltivata e accresciuta, soprattutto come effetto di una profonda riflessione su se stessi. A quel punto potremmo restare stupiti nel renderci conto che quel che riceviamo è costantemente maggiore di quanto offriamo.

La sua espressione può essere ostacolata dal fatto di sentirsi delle vittime passive, dal senso di inferiorità, di disistima, dalla scarsa autoconsapevolezza e riflessione su di sé, dalla focalizzazione massiccia sugli aspetti più materiali della vita, dal narcisismo. Questo porta a considerare ciò che compiono gli altri nei nostri confronti come qualcosa di dovuto e non come un dono, atteggiamento che impedisce la reciprocità.

La persona che non riesce a provare gratitudine spesso cade nell’invidia: quello che sento di non riuscire a possedere e che ritengo mi appartenga di diritto lo invidio. L’invidia compie un ulteriore passo, è distruttiva: se non posso raggiungere ciò che voglio e che sono convinto mi debba appartenere, non puoi possederlo neppure tu, così preferisco distruggerlo. E da qui attacchi efferati a ciò che si vorrebbe, ma non si riesce a conseguire, con grande dolore da ambo le parti.

Avere ottenuto delle gratificazioni sufficienti da bambini pone le basi per un senso di soddisfazione, di sazietà che se fosse assente darebbe adito ad una ricerca spasmodica e inevitabilmente destinata all’insuccesso di sostituti tali da colmare il vuoto, prima di tutto affettivo, che ci si sente dentro. Tutto questo, però, si può recuperare anche da adulti, diventando dei buoni genitori di se stessi, in grado di offrirsi i riconoscimenti necessari per il proprio benessere e facendo poi altrettanto anche con gli altri. Se ci ostiniamo a ritenerci vittime di privazioni che ci sono state inferte in modo volontario non riusciremo mai a perdonare, a lasciare andare il dolore e il legame negativo che ci connette al passato e alle persone che siamo convinti ci abbiano ferito. Prendere atto che tali persone hanno fatto il possibile e, al limite, del loro meglio ci spinge non solo ad accettare persone e situazioni per quelle che sono state, ma apre le porte alla considerazione che come in passato, anche nel presente, esistono diverse possibilità e che sta solo a noi, qui e adesso, effettuare quelle modifiche che ci possono far stare meglio.

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