Quali sono le differenze tra coaching e discipline attigue?

Quali sono i confini professionali del coaching? Come il coaching può interagire con altre discipline?
di Anna Fata

coaching

Tra le discipline più vicine al coaching possiamo evidenziare le seguenti con relative differenze di campi, contesti, modi, tempi, strumenti di azione:

 

1. Coaching versus terapia

Nonostante le similitudini nel contenuto, setting, vocabolario, tra psicoterapia e coaching vi sono delle differenze.
Secondo Teri E-Belf il coaching inizia dove finisce la terapia, spronando le persone a integrare le loro intuizioni terapeutiche nella vita pratica quotidiana. La terapia prende le cosa negative e le riduce, mentre il coaching prende quelle buone e le amplia.

Gli anni di formazione distinguono i terapisti dai coach: per un terapeuta si tratta di anni, per un coach sono minimo 60 ore di addestramento e da 250 ore in su come esperienza con i clienti.

Anche la relazione è differente nei due approcci: nel coaching si tratta di trovare il giusto bilanciamento tra la facilitazione del processo e la veicolazione del contenuto. Nella terapia la relazione è protetta da un contesto etico e legale, nel coaching funziona come una forma di accordo collaborativo d’affari, e non guarda al passato. Il coaching non ha a che fare con persone con disturbi mentali, ma con persone dall’”alto funzionamento” che desiderano migliorare la loro vita.

In sintesi le differenze tra terapia e coaching sono:

1. Il coaching non sviluppa intuizioni terapeutiche, ma può prendere queste ultime e integrarle nella vita quotidiana:

2. I coach sono facilitatori, non terapeuti;

3. I terapisti intervengono attivamente nelle vite dei pazienti, mentre i coach sono guidati dai clienti;

4. I terapisti si avvalgono delle conoscenze degli esperti, mentre i coach usano le conoscenze dei clienti;

5. La terapia è protetta da una cornice legale, mentre il coaching è un accordo collaborativo di affari;

6. Il coaching è più rivolto al futuro che al passato;

7. I coach lavorano con persone dal funzionamento elevato, piuttosto che con persone con disordini mentali;

8. Il coaching tende ad apprezzare, focalizzandosi su ciò che funziona invece che su ciò che non funziona.

 

2. Coaching versus addestramento, consulenza, mentoring

Il coaching può sembrare una combinazione di mentoring, sviluppo professionale, sostegno. In realtà, esistono delle chiare distinzioni rispetto ad altri campi professionali.

L’addestramento (o training) è un intervento progettato in base a generiche abilità o aspettative per un’organizzazione, un gruppo, una posizione. Può comportare progressi individuali o meno, ha un frangente temporale breve e utilizza informazioni richieste per fornire apprendimento.

Il coaching, d’altro canto, è individualizzato, formato ad hoc per un individuo, ed è basato su dati. Richiede un progresso individuale, uno schema temporale in sviluppo utilizza domande aperte e riflessioni per promuovere l’apprendimento.

Il mentoring è una pratica in cui il consiglio è atteso. Enfatizza obiettivi organizzativi, di solito si verifica tra persone senior e junior, e si focalizza in genere sullo sviluppo di carriera.

Il coaching richiede domande più che consigli, bilancia obiettivi individuali e organizzativi, può verificarsi tra pari, si focalizza sull’apprendimento o lo sviluppo piuttosto che sulla prestazione.

Il focus della consulenza é la risoluzione dei problemi. Utilizza dati disponibili per diagnosticare problemi e fornire soluzioni. Il consulente è l’esperto e responsabile del successo, l’enfasi é sul cambiamento del gruppo o dell’organizzazione. Il focus del coaching è sull’apprendimento profondo e il portare avanti l’azione. Utilizza i dati, ma solo per stabilire gli obiettivi, non per diagnosticare problemi o fornire soluzioni.

Il cliente è l’esperto e responsabile del successo e l’enfasi è sul cambiamento personale.
In comune a tutti gli interventi di terapia, consulenza, addestramento, mentoring vi è il fatto che sono centrati su un esperto: il terapeuta è responsabile per la salute mentale, il consulente è in carica per diagnosticare e risolvere un problema, l’addestratore impartisce specifiche conoscenze o abilità, il mentor condivide esperienze e dà consigli.
Una delle cose che rende differente il coaching è la focalizzazione: esso è centrato e diretto dal cliente, e la responsabilità del successo è sua. Inoltre, il coaching è focalizzato sull’apprendimento e lo sviluppo, piuttosto che sulla prestazione, sul futuro e non sul passato, sui punti di forza e non le debolezze, sul movimento verso l’azione e non la stasi, sul domandare e riflettere piuttosto che consigliare o risolvere problemi

In aggiunta il coaching è modellato sull’individuo e non sulle istanze metodologiche o teoriche, e gli strumenti principali sono le domande, non le risposte.

Un assunto di base del coaching è il fatto che aiuta i clienti a vedere diversamente le cose: spesso aggiustare le lenti con cui si osserva la propria storia può comportare un impatto maggiore sulle scelte d’azione e di conseguenza sui risultati.

Quando negli anni ’70 Gallwey e Leonard hanno introdotto per la prima volta il coaching professionale nel nord America, esso mirava a trovare significati, valori, scopi.

Quando negli anni ’80 gli psicologi e i consulenti manageriali sono entrati nel campo hanno spostato il focus del coaching sui mezzi di produzione, l’efficienza, l’impegno, le prospettive aziendali.

 

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Cos’è la creatività?

creatività

 

Cos’è la creatività? Da dove giunge l’ispirazione? Quale è la sua natura? Chi è un creativo?
di Anna Fata

 

La Creatività, il Creare sono aspetti esistenziali che mi hanno sempre affascinata. Quella prerogativa che attiene al Divino e che si declina e fluisce attraverso alcuni di noi. Una Responsabilità non da pochi, specie di questi tempi, in cui il ‘diverso’ viene additato e segregato come il peggiore degli appestati. Oppure, al contrario, osannato e celebrato, ricoperto di soldi, onori e allori.

Non tutti coloro che sono investiti di questo ruolo, i Creatori per eccellenza, gli Artisti, i Geni più eccelsi, sono in grado di sviluppare una consapevolezza piena di quel che accade loro. E, spesso, neppure di mettersi pienamente né completamente a disposizione di quel che accade loro, e di cui loro sono semplicemente chiamati ad essere umile strumento al servizio.

Quanti grandi Geni creativi sono stati emarginati dalla società, hanno vissuto una vita di stenti e di miseria. Quanti altri sono stati elevati, pur non avendo alcuna particolare chiamata Divina.

E, quanti ancora, pur avendola avuta, non hanno potuto o voluto rispondere. Con gravi ripercussioni di sofferenze, fisiche ed emotive. E quanti, d’altro canto, vi hanno aderito, ma senza gli strumenti di comprensione necessaria per poter Vivere in piena Libertà e responsabilità quel che stava loro accadendo. E, da lì, il turbinio di gioie, dolori, le tempeste e le tormente, molte delle quali, prima o poi, sono culminate nello sconfinamento della follia o del suicidio.

Già, perché l’Ispirazione creativa, se si tenta di darle una spiegazione razionale, non ha alcunché di razionale. E se la ragione s’ostina a volerla inquadrare nei suoi canoni, ne esce sconfitta, sviata e deviata da Qualcosa che va oltre i suoi schemi logico razionali.

Di fronte all’Ispirazione ci può e ci si deve mettere semplicemente a disposizione, con tutto se stessi, senza pudori né riserve, senza vergogne né ripensamenti, con un “Sì” pieno, convinto, gioioso, appassionato.

Un famoso scrittore, di fronte alla domanda insistente di una giornalista circa come lui si sentiva negli istanti prima d’iniziare a scrivere, lui rispose: “Ha presente come ci si sente quando si ha un urgente bisogno di andare in bagno?”. Al che la donna, parzialmente sbigottita, incalzò: “E dopo che ha finito di scrivere?” – lui ribatté: “Ha presente quel piacevole senso di svuotamento e di leggerezza che si sente dopo aver evacuato?”

L’immagine, nella sua concretezza e immediatezza, sebbene possa togliere quel velo di aulico che aleggia intorno alla spinta creativa, rende perfettamente l’idea. Quando giunge l’Ispirazione si è nella fase del bisogno: non si può controllare, trattenere, dilazionare. Va scaricata. Subito. Pena un’ampia quota di sofferenza. Anche su un piano fisico, e non solo emotivo.

E’ proprio così: la vena creativa induce un senso di pienezza, di sazietà, fino a sentirsi traboccare. Va condivisa, lasciata fluire, espressa nei modi, nelle circostanze e con gli strumenti che per ciascuno sono più propizi.

Si può proseguire per ore, giorni, talvolta anche settimane, senza avvertire un’ombra di stanchezza, senza sentire il tempo che scorre o la fame ch’avanza. Si entra in una dimensione completamente senza tempo, di dilatazione immensa, in cui tutto s’estende all’infinito, in cui tutto appare risuonare in modo ampliato, profondo, insolitamente luminoso e meraviglioso.

Niente è così vivido ed emozionale come in quella fase. Nulla è scontato. Tutto diviene degno d’essere cantato e celebrato. Tutto appare un miracolo, un Dono che si sussegue, istante dopo istante.

Mi piace poter definire questa fase come quella de l’Amore con il Divino: la sensazione di essere totalizzati, assorbiti con tutti i sensi, il Corpo, il Cuore, lo Spirito, l’essere completamente presenti, eppure assenti, il sentire la propria persona svanire di fronte al Fluire di parole, suoni, immagini, che scorrono attraverso le proprie dita. Ma queste dita cessano di essere tali, al pari dell’Opera che si sta creando, per diventare semplicemente un Qualcosa che scorre, così, con morbidezza, naturalezza.

Di fronte alla generosità di un Divino che s’è abbassato per esprimersi attraverso la nostra umile persona, non possiamo se non inchinarci, ringraziare, benedire ed essere altrettanto generosi, mettendoci a nostra volta a disposizione come strumenti terreni che possono offrire una connotazione concreta e presente al Tutto.

Molto spesso, quel che accade a posteriori, dopo queste intensi e appassionati Passaggi del Divino, è che ci si ritrova non solo improvvisamente stanchi, con la sensazione di essere stati attraversati da un Fiume in piena o da un Vento possente, che portano anche a dormire per due giorni di seguito. E, come se non bastasse, il più grande paradosso: non si riconosce l’Opera compiuta come propria. E, per certi versi, questa percezione ha il suo fondamento.

Da dove vengono le parole, le note, le pennellate che abbiamo impresso sulla materia?

Dove eravamo noi, col nostro misero Ego, mentre il Divino ci chiedeva d’unirsi a lui?

Forse è proprio nella inesplicabilità dei dilemmi associati alla Creatività che alberga il suo intramontabile fascino. E, ancor più, il rispetto che ciascuno dovrebbe nutrire verso le Opere artistiche, al di là dei canoni estetici connotati a livello storico, socioculturale e personale.

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