Le convinzioni nel coaching

convinzioni credenze

 

Cosa sono le convinzioni? A cosa servono? Come influiscono sulle nostre scelte, pensieri, emozioni, azioni?
di Anna Fata

La convinzione è un’opinione radicata, un’idea, un principio di cui si è certi. Essa può essere pertinente a qualsivoglia campo, etico, morale, religioso, politico, economico, ecc. L’atto del convincere, etimologicamente, coincide con il sopraffare con argomenti.
Affinché le convinzioni siano fondate, è necessario che i fatti su cui si basano siano:

veritieri, radicati su osservazioni, meglio se compiute da più persone;
numerosi, cioè più fatti convergenti;
pertinenti, in grado di dimostrare la convinzione.

Le convinzioni sono strettamente correlate ai valori ed insieme consentono di rispondere alla domanda: “Perché?”. Nello specifico, le convinzioni sono strutture cognitive che collegano i valori ad altri aspetti delle nostre esperienze. Sono giudizi e valutazioni che formuliamo su noi stessi, gli altri, il mondo.
Secondo Dilts le convinzioni consentono di rispondere a domande del tipo:

Come definisci la qualità o ciò che ritieni abbia valore?
• Che cosa determina o crea questa qualità?
• Quali sono le conseguenze e i risultati che derivano da ciò che ritieni abbia valore?
Come sai, nello specifico, che un comportamento o un’esperienza sia in accordo con un determinato valore?

Affinché un valore si concretizzi nella realtà, il sistema di convinzioni deve raggiungere un certo livello di specificazione, cioè si deve poter sapere come si sta concretamente realizzando, con delle prove, quali sono le cause e le conseguenze.

Le convinzioni, al pari dei valori, sono importanti per determinare le azioni delle persone, cioè le convinzioni che si riferiscono ai valori fondamentali di un individuo, che determinano la sua “mappa mentale” rispetto a tali valori e il modo in cui vengono concretamente manifestati.

All’interno di un’organizzazione la condivisione di credenze e valori è ciò che unisce le persone e le fa agire all’unisono.
Le convinzioni influiscono fortemente sulla vita: se si è convinti di poter fare (o meno) qualcosa non c’è modo dall’esterno di convincere una persona del suo potere ad agire e riuscire.
Le convinzioni possono plasmare, condizionare, determinare il nostro grado di intelligenza, salute, rapporti interpersonali, creatività, felicità, successo.

Nel processo di coaching è sempre importante imparare a distinguere i fatti dalle interpretazioni, le convinzioni dalle credenze, così da definire la realtà in modo più obiettivo possibile, le risorse interne ed esterne di cui si dispone, le condizioni in cui ci si trova, al fine di poter realisticamente definire gli obiettivi ambiti e i relativi piani d’azione.

La Meditazione a servizio del coaching

meditazione coaching

Meditazione e coaching: quali possibili integrazioni?
di Anna Fata

 

La Meditazione, in quanto processo, condizione interiore è qualcosa che si integra perfettamente in altri contesti, con altri strumenti, soprattutto laddove l’obiettivo è la consapevolezza, anche nel conseguimento dei propri obiettivi.

Ogni disciplina ha i suoi limiti, nella misura in cui fa’ riferimento, nel suo declinarsi, in assunti, modelli, paradigmi a priori a cui si attiene per interpretare la realtà.

La psicologia, il coaching hanno i loro suoi assunti antropologici, che seppure possano variare più o meno a seconda della corrente specifica in cui si collocano, per il solo fatto di esistere sanciscono dei confini.

Ogni scienza e ogni professionista che la pratica dovrebbe essere consapevole che quel che sta vedendo e vivendo è una delle infinite possibili angolature della realtà. Non migliore, né peggiore di tante altre, ma pur sempre uno spicchio, un frammento, per quanto ampio possa essere, e soprattutto una visione che è e sempre sarà intrisa di soggettività.

E’ proprio questa quota di soggettività che va costantemente conosciuta, ri-conosciuta, monitorata, in modo da farla diventare sempre più trasparente e meno interferente, pur nella consapevolezza che non potrà mai essere eliminata una volta per tutte nella vita.

Da qui la necessità di un incontro e confronto con il maggior numero di visioni e interpretazioni altre rispetto alle proprie e con i modelli interpretativi relativi sottostanti.

Di grande fascino e utilità per gli psicologi così come per i coach potrebbe essere l’apertura verso l’universo filosofico spirituale che l’ampio e variegato mondo della meditazione schiude.

Non si tratta di “convertirsi e credere”, ma di allenarsi ogni giorno sempre più a rendere chiara, trasparente, limpida e immacolata la propria mente, per poter riflettere il più fedelmente possibile, al pari di uno specchio, il mondo.

Pur con la consapevolezza che l’immagine non coincide con la realtà, ma ne è un barlume, un frammento, una piccola e talvolta anche distorta manifestazione.

Nella nostra pratica professionale siamo abituati per più a lavorare sulle emozioni, i pensieri, le percezioni.

La pratica meditativa va oltre tutto ciò, anche perché, come intuiva forse correttamente Freud, il rischio di un tale approccio è un lavoro analitico pressoché interminabile, e probabilmente alla lunga anche un po’onanistico, auto centrato e frustrante.

La pratica meditativa accetta l’esistenza di pensieri, emozioni, percezioni, sensazioni, ma li trascende, nella misura in cui li interpreta come manifestazioni passeggere, inconsistenti, nuvole che attraversano un cielo che non viene alterato nella sua essenza ultima da alcuna intemperie.

Per lo più ci interpretiamo secondo i nostri ruolo, professioni, possedimenti, stili di vita, emozioni, trascorriamo l’intera esistenza a collezionare etichette di noi e di chi ci circonda, identificandoci totalmente con esse, fino a perdere di vista la nostra natura più profonda.

E allora siamo i medici, gli psicologi, gli avvocati, i padri, le madri, i figli, gli zii, i timidi, i gioiosi, gli intrattenitori, i depressi, cadendo nell’errore di essere dei monoliti intoccabili dal cambiamento. E se la vita ci sottrae una di queste etichette su cui abbiamo fondato la nostra identità, soffriamo. E laddove possibile, dopo lo scoramento iniziale, corriamo nuovamente a ricostruire quel che la vita ci ha sottratto, perpetrando così l’illusione di essere quel che, in realtà, non siamo.

Si tratta di uno spostamento esistenziale profondo e radicale.

Attuato anche solo per un istante una volta, non si torna indietro.

Qualcosa spinge in tale direzione nuovamente, per conoscere meglio, indagare, fare chiarezza.

E lì inizia il viaggio dentro se stessi, la vita, il mondo, gli altri. Cadono le barriere, le difese, si affaccia un senso di apertura, di condivisione, compassione, tenerezza, amorevolezza del tutto gratuiti e incondizionati mai visti e vissuti prima.

In questo senso la pratica meditativa, indipendentemente dalla tecnica di cui ci si avvale per praticarla, ha come esito finale la vita, l’essere, l’esserci nel mondo, lo svelarsi, il donarsi agli altri.

Studio, pratica, e vita nel mondo vanno di pari passo, tre elementi fondamentali inscindibili che devono danzare all’unisono e orientare il proprio esserci e agire in ogni istante della propria quotidianità.

In tale prospettiva la pratica meditativa è forse ancor più pervasiva e totalizzante rispetto ad un approccio psicologico, psicoanalitico, o di coaching. Laddove questi ultimi costruiscono, definiscono, identificano, la prima smantella, decostruisce, disidentifica.

In genere per potervi approdare si dovrebbe avere una struttura di personalità ben definita, avere compiuto un pregresso lavoro su di sé, pena il rischio di forti scompensi psicoemotivi, tanto può essere il potere destabilizzante.

In tal senso essa potrebbe essere vista come un’integrazione, una complementarietà, un trascendere il lavoro psicologico svolto in precedenza.

 

Per approfondire: Seminario gratuito “La Vita Professionale e la Pratica Meditativa”, San Marino, 18 Novembre ore 20.30

A cosa serve l’invidia?

invidia

“Devi imparare a vivere la tua invidia,
a riconoscerla come umana, come sensata, come legittima,
come realmente dolorosa, ma anche come vivibile”
Paolo Roccato

Quali sono le radici dell’invidia? A cosa serve l’invidia? Come si può affrontare?
di Anna Fata

 

Il confronto umano è uno dei valori più grandi per la conoscenza di sé, l’evoluzione e la crescita personale. Non sempre, però, questo confronto mette in luce qualità di noi che apprezziamo. Spesso il confronto si riduce ad un mettere su un piatto di una bilancia le qualità nostre e altrui nell’illusorio tentativo di poterle quantificare.

Non si tratta, in realtà, di un confronto quantitativo quello tra esseri umani, ma qualitativo. Ognuno gode della sua peculiarità e unicità tale per cui qualsiasi confronto rapportato ad ipotetiche unità di misura risulta perso in partenza.

Quando, però, ci si ostina in questo vano tentativo si rischia di andare incontro ad una autosvalutazione, ad un abbassamento della propria autostima. Per proteggerci da questo rischio ci difendiamo invidiando.

L’invidia è un meccanismo di difesa che mettiamo in atto quando ci sentiamo sminuiti dal confronto con gli altri per ciò che essi hanno e/o sono. Nel meccanismo che si instaura gli altri vengono svalutati, come se per noi non fosse importante ciò che essi hanno e/o sono. E’ una forma di autoconvincimento che spesso può essere molto dolorosa sia per chi la mette in atto sia per chi ne è oggetto.

La si prova quando ci si ritiene vittima di un’ingiustizia: un altro è o possiede qualcosa che ai nostri occhi non dovrebbe avere. Ci si sente, così, vittime di una ingiustizia: si ritiene che in realtà spetterebbe a noi quanto è stato attribuito all’altro. L’altro diventa quindi un rivale, un antagonista.

In realtà, anche quando si invidia un oggetto, è sempre compresente anche una forma di invidia nei confronti di chi lo possiede per il fatto che questo se lo può permettere. Il sé risulta in posizione di svantaggio di fronte all’altro e questo genera un senso di inferiorità e sofferenza.

Se la società dà un giudizio morale dell’invidia assai negativo, e da qui la riluttanza di molti a parlarne apertamente, in realtà appare assai sterile una sua classificazione in termini di buono-cattivo, giusto-ingiusto. Questa, infatti, rappresenta una forma di incasellamento, di cristallizzazione di un vissuto che in realtà evolve in continuazione, ma ancor più trascura la sofferenza di chi la prova.

La persona invidiosa si erge contro il sistema sociale e i suoi principi guida. Vorrebbe dei criteri più egualitari, ma se così fosse lui stesso si escluderebbe da quei riconoscimenti a cui ambisce.

Un’emozione sfugge alla logica del buono-cattivo: ciò che conta è il comportamento che si può mettere in atto in conseguenza di essa. L’invidia, in particolare, comporta del dolore che come tale è da considerarsi il segnale che qualcosa non ‘funziona’, che dovrebbe essere modificato. Ecco perché come qualsiasi altra emozione merita rispetto e comprensione.

Pare che l’invidia abbia alla base nella sua genesi un mancato riconoscimento della propria identità. La svalutazione, le continue critiche, le umiliazioni, il senso d’impotenza mettono in dubbio se stessi e la percezione che si ha di sé. Porta a ragionare in modo dicotomico, antinomico, e induce la sensazione di essere ‘sbagliati’. Il senso di inferiorità, di impotenza viene spesso mascherato da atteggiamenti di attacco, indifferenza, da una tendenza a distruggere ciò che si desidera e/o chi la possiede.

Si vorrebbe, si ambisce, si nutrono grandi aspirazioni, ma concretamente si fa ben poco per raggiungerle. Ci si lamenta, si critica, si invidia, ma la sterilità e la sofferenza che questo circolo vizioso crea è più che evidente.

 

Come uscirne?

In primo luogo rispettando e coltivando il dolore mentale connesso all’invidia: quest’ultima ci sta comunicando qualcosa, sta a noi ascoltarla. Non si tratta di giudicare, ma di essere compassionevoli con se stessi, comprensivi, tolleranti.

In secondo luogo conoscendo maggiormente se stessi, le proprie potenzialità, apprezzandole, coltivandole e mettendole a frutto.

In terzo luogo essendo più chiari e onesti con sé circa ciò che si desidera e mettendo in atto piani e strategie ben precise per realizzarli. Tali obiettivi dovrebbero essere commisurati alle proprie risorse, non eccessivamente ambiziosi, ma neppure troppo semplici.

L’invidia smuove enormi quantità di energia, sta a ciascuno di noi decidere se e come indirizzarla, per distruggere l’oggetto, oppure per conquistarlo.

Fonte immagine: http://www.sidereus-nuncius.info/2012/12/22/

Visit Us On FacebookVisit Us On LinkedinVisit Us On TwitterVisit Us On Google PlusCheck Our Feed