L’intelligenza spirituale

intelligenza spirituale
Alla ricerca di una definizione e dell’evoluzione di ciò che trascende l’essere umano
di Anna Fata

 

Esistono numerose definizioni del termine spirituale, che si possono riassumere in:

•la spiritualità coinvolge le più elevate sfere di sviluppo, cognitiva, morale, emozionale, interpersonale;
•la spiritualità è una sfera di sviluppo a sé stante;
•la spiritualità è un atteggiamento, come può esserlo l’apertura all’amore, presente ad ogni stadio evolutivo;
•la spiritualità consta di esperienze di flusso (o peak experience) non di stadi.

La spiritualità si può anche definire come terreno trascendente dell’essere.

Esiste attualmente un acceso dibattito circa la possibilità di individuare una specifica area nel cervello deputata all’intelligenza spirituale. A partire dalle intelligenze multiple individuate da Howard Gardner, che comprendono diverse abilità, a Daniel Goleman con l’intelligenza emotiva, si è accentuata questa tendenza alla localizzazione cerebrale. Tuttavia, il fatto che le esperienze spirituali possano avere dei correlati fisiologici nel cervello non implica necessariamente che siano da essi causati.

Le ricerche più recenti hanno evidenziato che alcuni credo e pratiche religiose sono associati positivamente con la salute fisica ed emotiva, scoperta che ha accentuato il proliferare di metodi alternativi di trattamento e di cura.

Alla ricerca di una definizione condivisa

Tra i numerosi tentativi di approccio all’intelligenza spirituale, possiamo rinvenire dei tratti comuni.

L’intelligenza spirituale ha a che fare con la vita interiore della mente e dello spirito e le sue relazioni con il proprio essere nel mondo. Comporta la capacità di comprensione profonda di quesiti esistenziali all’interno di livelli multipli di consapevolezza. Essa implica anche essere consapevoli che lo spirito è il terreno del proprio essere forze creative per l’evoluzione.

Essa emerge nel momento in cui la presa di coscienza evolve verso una consapevolezza più profonda di questioni relative alla vita, al corpo, alla mente, all’anima, allo spirito

Non si tratta solo di una abilità individuale, ma pare connettere il personale al trans personale e il sé allo spirito.

Lo sviluppo dell’intelligenza spirituale va di pari passo con l’apertura del cuore, l’illuminazione della mente, l’ispirazione dell’anima, la connessione della psiche individuale con quella di tutti gli altri esseri. Essa, inoltre, aiuta a distinguere la realtà dall’illusione, e si può esprimere in tutte le culture in forma di amore, saggezza, servizio.

Essa è in relazione stretta con l’intelligenza emotiva, perché la sua coltivazione comporta, tra l’altro, lo sviluppo della sensibilità intra e inter personale, l’empatia, l’attenzione ai pensieri e ai sentimenti propri e altrui. Essa aiuta a vedere le cose da prospettive diverse e molteplici, e a riconoscere i legami tra percezioni, convinzioni, comportamenti.

Le domande a cui cerca di rispondere possono essere: “Chi è Esso? Perché sono qui? Che cosa veramente conta?”

Il modo di conoscere che le è proprio è esperienziale, trans razionale, sensoriale, razionale, contemplativo. Essa conduce a sviluppare la capacità di vedere le cose per quelle che sono, senza distorsioni, illusioni, aspettative. Permette di avere un atteggiamento da testimone, privo di giudizio, pre giudizio, ricco di accoglienza, compassione, meraviglia, apprezzamento, gratitudine. In questo modo, ci si riesce a liberare dalle sofferenze che derivano dal volere costantemente qualcosa di più o di diverso, o di voler essere altrove o con qualcun altro.

Tutti possiedono questa forma di intelligenza nella misura in cui ciascuno ha capacità di pensiero, intuizione, sensazione, emozione. Essa si può coltivare praticando ad esempio la meditazione, lo yoga, le arti marziali che rendono quieta la mente, espandono la consapevolezza, raffinano le capacità del sentire, emotive, energetiche.

L’attenzione, la trasformazione delle emozioni, l’esercizio di comportamenti etici sono le chiavi principali per approfondire l’intelligenza spirituale. Talvolta, nel percorso di crescita personale, alcuni di questi aspetti si possono sviluppare più degli altri. La maturità spirituale si manifesta nell’esercizio della saggezza, della compassione verso tutti coloro che stanno intorno, nella capacità di avere intuizioni, nel riconoscere le illusioni, nella capacità di amare, nonostante l’impermanenza, e nell’accettare la libertà e il proprio essere fisicamente mortali.

L’iter evolutivo

La consapevolezza di sé, delle proprie emozioni, pensieri, comportamenti è il primo passo nell’evoluzione spirituale. All’inizio è alquanto difficile, perché non si è abituati e ci si rende conto che la mente raramente tace, ma è costantemente impegnata in monologhi interiori che talvolta possono essere assai distruttivi nei propri confronti, oltre che di chi ci circonda. Il centro, all’inizio, ruota completamente intorno a se stessi. Restare testimoni silenziosi di sé, come può accadere nella meditazione, aiuta a sviluppare amore, onestà, tolleranza, apertura mentale, pace interiore, equanimità, nonostante le varie sfide che la vita propone.

Solo in seguito, una volta compiuto questo lavoro su di sé e verso di sé, si riesce ad estendere in modo naturale tale atteggiamento anche su chi sta intorno.

Illuminazione, risveglio, pace interiore, autorealizzazione sono gli obiettivi ultimi del percorso.

Le esperienze spirituali possono arrecare notevoli benefici al benessere complessivo della persona, riorientare le priorità di vita, la scala di valori, i punti di vista. Esse possono dare vita a vissuti di chiarezza, apertura, connessione, energia. Esse sono legate all’ispirazione, che consta del sentirsi freschi, vitali, rinnovati, pieni di piacere per quel che si sta compiendo o vivendo.

In generale, le pratiche spirituali sono tutte quelle attività intenzionali che hanno a che fare con il sacro. Includono la preghiera, la meditazione, la contemplazione, il servizio. Alcune si limitano alla riflessione, altre si estendono alla consapevolezza profonda che trascende il pensiero.

L’intelligenza spirituale è in grado di integrare le intuizioni soggettive, le illuminazioni con il proprio essere e agire nel mondo. Sempre più, oggi, è pressante la ricerca di una propria via di evoluzione interiore che sia conciliabile con le attività quotidiane. Un semplice silenzio interiore può aiutare nella ricerca, nella pratica, nel lasciare andare e crea uno spazio interiore tranquillo a cui fare riferimento ogni volta che se ne avverte la necessità. Questa pace interiore permette di affrontare ogni situazione che si viene a creare, e induce un senso di libertà e di benessere che è indipendente dalle circostanze esterne.

Integrazione è la parola chiave in questo cammino, perché in caso contrario, la mancanza di coerenza, di continuità tra ciò che si vive e si professa dentro e fuori genera l’ennesima scissione, frammentazione e alienazione, e, in ultima analisi, induce mal-essere.

Quanto conta l’intelligenza emotiva nella vita e nel lavoro?

intelligenza emotiva

“Dove vi è emozione, vi è significato; 

 dove vi è significato, vi è emozione” 

James Hillman

 

L’intelligenza emotiva è l’abilità, la capacità di percepire, valutare, gestire le emozioni proprie, degli altri, dei gruppi. In questo senso, c’è chi (Mayer, 2005) preferisce distinguere tra conoscenza emotiva e intelligenza emotiva, anche se con scarsa chiarezza.

La conoscenza pare essere relativamente stabile nel tempo, viene misurata dal Quoziente di Intelligenza (Q.I.) che valuta le capacità cognitive. L’Intelligenza in questa prospettiva si definisce come la capacità di portare avanti ragionamenti astratti validi in relazione all’area dell’informazione. Il Quoziente Emotivo (Q.E.), invece, pare essere dinamico secondo alcuni ricercatori (Bradberry e Graves, 2005), mentre per altri non si può accrescere (Mayer). Esso comprende la capacità di comprendere la natura delle emozioni individuali, di scoprire le similitudini e le differenze tra esse e di impegnarsi in altre attività mentali correlate.

Andando oltre la diatriba tra possibilità o meno di accrescere il Q.E. è indubbio che una maggiore conoscenza delle emozioni proprie e altrui rende possibile una migliore comprensione e gestione delle stesse. Questo rappresenta un elemento importante per stare bene con se stessi e con gli altri, in quanto consente una comunicazione più profonda, sensibile e raffinata. In tale prospettiva, l’intelligenza emotiva comporta una componente individuale, ma anche una sociorelazionale.

Conoscere le proprie emozioni non solo accresce la quota di piacere e di benessere connessa alla nostra esistenza, ma evita anche, soprattutto nel caso di emozioni spiacevoli, che queste restino non riconosciute, inespresse e inducano il rischio di esplosione successiva o si sedimentino nel corpo dando adito alla lunga ad una serie di disturbi di origine psicosomatica.

Sapere gestire le proprie emozioni comporta la possibilità di esprimerle nel modo e nel contesto appropriato: si tratta di vivere le proprie emozioni senza farsene travolgere. Si potrebbero paragonare le emozioni ad un fiume: se il suo letto è ben pulito e curato, se gli argini possono contenere bene eventuali piene o periodi di scarso afflusso, l’acqua può scorrere liberamente con tutto il suo impeto, oppure con la sua delicatezza. Si tratta di realizzare un equilibrio tra gli estremi, tra l’alluvione emotiva e la siccità, l’inaridimento che a monte i nostri filtri, le nostre dighe dovrebbero essere in grado di evitare.

Il riconoscimento e la gestione delle emozioni sono strettamente legati anche alla motivazione: il controllo emotivo, così come la capacità di raggiungere un obiettivo, comportano la capacità di ritardare la gratificazione e di reprimere gli impulsi. Queste capacità aiutano ad essere più produttivi ed efficiente in qualunque ambito di vita, lavoro compreso.

Essere consapevoli delle proprie emozioni è la precondizione per poter conoscere quelle altrui nel modo corretto ed esattamente quando si manifestano. E’ una qualità indispensabile per un buon rapporto con gli altri, in qualsiasi contesto, anche in quello professionale. Questo si lega in modo conseguente alla capacità di dominare le emozioni altrui: il vero leader è colui che possiede elevate competenze socioemozionali che contribuiscono a farlo essere popolare e ben voluto perché lui prima di tutti è comprensivo nei confronti di chi gli sta intorno.

In realtà, emozioni e pensieri non sono così avulsi l’uno dall’altro come si crede. A livello fisiologico, le aree cerebrali principalmente deputate al pensiero, la neocorteccia, e alle emozioni, l’amigdala, sono distinte, ma non isolate. Per tale motivo è praticamente impossibile in condizioni naturali prendere delle decisioni solo ed esclusivamente basate sulla ragione e la logica. La sfida che ogni istante dobbiamo vincere è quella di stabilire un equilibrio tra queste due parti di noi.

 

 Intelligenza emotiva al lavoro

 

Esistono delle ricerche che hanno messo in luce il ruolo dell’intelligenza emotiva per il successo professionale, nello specifico:

 

  • il reclutamento dei militari della Air Force americana sulla base dell’intelligenza emotiva ha consentito un incremento di tre volte del successo della fase di reclutamento con un risparmio complessivo di circa 3 milioni di dollari;
  • l’esame di oltre 300 executive manager in oltre 15 compagnie internazionali è stato in grado di distinguere i migliori sulla base delle seguenti competenze: influenza, team leadership, capacità organizzativa, fiducia in sé, orientamento al risultato, leadership;
  • nelle aziende di medie dimensioni si è visto che la selezione in base alle competenze emotive ha consentito di assumere personale che ai livelli elevati della gerarchia produceva l’85% in più e ai livelli più bassi il 127% in più;
  • presso L’Oreal si è visto che i venditori selezionati in base alle competenze emotive hanno realizzato vendite superiori di oltre 90.000 dollari e hanno effettuato un turnover inferiore del 63% nel corso del primo anno dopo la selezione;
  • in una compagnia di assicurazioni americana gli agenti selezionati in base alle competenze emotive, in particolare con elevati livelli di fiducia in sé, iniziativa, empatia, hanno venduto polizze dal valore medio di 114.000 dollari contro i 54.000 di coloro che avevano riportato valori più bassi di tali competenze;
  • una ricerca condotta dal Center for Creative Leadership ha messo in luce che la causa principale di abbandono degli executive manager è il loro deficit nelle competenze emotive, in particolare la gestione del cambiamento, l’incapacità di lavorare in squadra, le scarse relazioni interpersonali;
  • l’addestramento del personale nelle competenze emotive di una azienda manifatturiera ha apportato un incremento della produzione del 17%;
  • la competenza emotiva di capacità di gestione dello stress si è rilevata correlata al successo nella posizione manageriale in una catena di vendita al dettaglio;
  • l’ottimismo è risultato un’altra competenza emotiva legata ad una aumento della produttività. Presso l’azienda Met Life si è visto che gli ottimisti hanno venduto il 37% in più di polizze sulla vita rispetto ai pessimisti;
  • una ricerca su 130 executive manager ha messo in evidenza che quanto più questi erano in grado di gestire le loro emozioni, tanto più risultavano ben graditi e con cui si lavorava bene;
  • la selezione in base alle competenze emotive in una azienda americana di mobili ha ridotto a metà il tasso di dropout nel corso del primo anno.

di  Anna Fata

Fonte immagine: CIO

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