La centratura del coach olistico

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Affinché il Coach Olistico sia pienamente aperto, ricettivo, silenzioso, non giudicante verso il suo cliente è necessario che sia profondamente radicato, centrato, libero dalle sue dinamiche interiori che lo possono distrarre, deviare dal qui e ora rispetto alla situazione. Per fare questo è opportuno che il coach si prepari accuratamente prima, durante, dopo ogni sessione. La dimensione interiore ideale per l’ascolto del cliente è qualcosa di vivo, dinamico, e come tale va rinnovata momento per momento.

 

Per comodità descrittiva si possono individuare tre fasi, anche se in una concezione di unità e interconnessione, sono momenti che si intrecciano, si sovrappongono, si fondono.

 

  1. La quiete mentale: il coach deve essere il più possibile silenzioso, non solo fuori, ma anche e soprattutto dentro di sé. La mente deve essere come uno specchio limpido, senza macchia, né distorsione, per poter riflettere il più accuratamente possibile quello che trasmette il cliente, con le parole e con tutti gli aspetti non verbali. Questo processo deve passare anche attraverso la quiete emotiva e il rilassamento muscolare.
  2. La neutralizzazione delle emozioni: qualsiasi moto emotivo, positivo o negativo che possa essere sottrae lucidità alla mente. Non si tratta di annullare le emozioni, che sono un patrimonio tipicamente umano, ma di osservarle con distacco, senza assecondarle, senza indugiare in esse e soprattutto vedendole come se si stesse assistendo ad un film. Solo così si conquista la neutralità.
  3. Il rilassamento fisico: sintonizzarsi con i ritmi del corpo, ascoltarli, lasciarsi andare ad essi è fondamentale per poter entrare in sintonia con sé e con l’altro. Sono sufficienti tre respiri per entrare in questa dinamica, che porta direttamente l’attenzione dentro di sé, nei propri flussi corporei, nella percezione dei distretti fisici e della loro totalità. Questo consente anche di distinguere le sensazioni che appartengono direttamente al coach da quelle che giungono come riflesso percettivo del cliente. Ancora una volta l’imperativo è fungere da specchio neutrale.

 

Per poter conseguire concretamente tale attitudine è necessaria solo una cosa: pratica, pratica, pratica.

Non è una dimensione che si consegue una volta per tutte, ma va rinnovata momento per momento. Ci sono dei giorni in cui questo si attua più facilmente, altri meno. Siamo esseri viventi, suscettibili di continui cambiamenti interni ed esterni, influenziamo e siamo influenzati, e come tali siamo chiamati continuamente a riadattarci.

 

Il silenzio è la precondizione affinché la spiritualità faccia il suo corso, in ogni sfera di vita, ivi compreso il coaching. Come siamo chiamati ad avere fiducia nelle risorse del coach, così ne dobbiamo coltivare altrettanta verso il flusso della Vita e come essa guida anche la nostra pratica professionale. Per compiere ciò dobbiamo mettere da parte il nostro ego che cerca di dirigere i lavori, cambiare le cose, le persone, le situazioni, e che cerca di attribuirsi i meriti e le gratificazioni di quanto compiuto. Quanto più l’ego e le pretese individuali vengono messe da parte, tanto più il cliente può essere guidato dallo Spirito verso il compimento della sua missione esistenziale, che si declina in obiettivi concreti e precisi di coaching. Il coach in questo frangente diviene uno strumento a servizio del cliente e dello Spirito, e come tale deve porsi con umiltà, saggezza, responsabilità, autonomia, in modo che con il suo modello professionale possa ispirare altrettante caratteristiche nel cliente, e renderlo così artefice della propria vita quotidiana, privata e professionale.

 

Ciascun coach olistico, nello specifico, può adottare le sue pratiche concrete che meglio sono in sintonia con lui per conseguire tale stato interiore, ma la meta è la medesima per tutti. Essere un coach olistico sempre più efficace, oltre che una persona sempre più aperta, disponibile, di fiducia.

 

Anna Fata

 

(fonte immagine: http://www.iltuocoach.it/cose-centratura/)

Coaching e contesto sociale e culturale

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Tutti noi siamo influenzati dall’ambiente in cui siamo cresciuti, educati, in cui viviamo e lavoriamo. Questo vale sia per il coach, sia per il cliente e in un percorso di coaching dovrebbe essere tenuto ben presente. Il coach non dovrebbe essere in alcun modo di parte, non dovrebbe manifestare propensioni politiche, culturali, religiose, razziali, che potrebbero in alcun modo influenzare o, peggio, offendere il suo cliente. Il suo modo di porsi e il setting che offre dovrebbero essere in più possibile neutrali e super partes. Solo in tal modo il coachee si può sentire in tutto e per tutto accolto, libero di esprimersi, manifestarsi, affermarsi.

 

Al tempo stesso, questo richiede al coach grande apertura mentale, disponibilità a conoscere, confrontarsi, mettersi in gioco, sapendo che può sempre imparare e che ogni punto di vista è sempre soggettivo e relativo.

 

Spesso chi è dentro in prima persona in un conteso sociale, culturale, religioso, politico, fatica a riconoscere norme, regole, consuetudini, credenze, convinzioni sottese in esso, almeno fino a quando le sente attinenti a sé. Quando inizia a sentirsi limitato eccessivamente, non libero di esprimere la sua vera natura, quando sente che ciò che lo circonda non lo rappresenta a quel punto le norme e le pratiche ambientali diventano evidenti.

 

Tali norme e pratiche, consapevolmente o meno, ci forgiano, al pari delle esperienze che viviamo. E’ importante, perciò, che nel coaching si lavori anche con e sulle connessioni tra gli aspetti personali, sociali, organizzativi che influiscono sul cambiamento. Questo può aiutare a valutare meglio come cambiare quel che si vuole cambiare.

 

Comprendere il contesto sociale implica osservare i modi in cui siamo stati modellati dalle forze storiche e contemporanee. Esse danno forma ai nostri corpi individuali e sociali stimolando strategie di sopravvivenza per affrontare le circostanze sociali che interagiscono con i nostri bisogni di sicurezza, appartenenza, valore, significato.

 

Le nuove forme di leadership, comunità, organizzazioni, istituzioni, e norme sociali hanno bisogno di emergere dalle pratiche che possono sostenere l’integrazione e l’interdipendenza di tali livelli.

 

Quando diventiamo consapevoli dell’influsso del contesto sociale, possiamo depersonalizzare le reazioni e fare spazio a un maggiore senso di perdono, accettazione, compassione, amorevolezza, potere. Il corpo non mente: in esso anche gli influssi sociali vengono codificati e incarnati nel concreto del soma, in credenze, convinzioni, pensieri, emozioni, comportamenti, schemi, abitudini.

 

La stessa relazione di coaching si esplica in un contesto sociale, di cui il coach deve essere ben consapevole, per valutarne l’influsso. Diventare consapevoli degli influssi sociali comporta molto più di mere competenze socioculturali teoriche, ma si tratta di sentire col corpo e percepire con tutti i sensi come questi si declinano nella persona.

 

Alcune domande chiave che possono essere utili, in primis per il coach, e di riflesso anche per il suo cliente, possono essere:

  • Come sono stato influenzato dal contesto socioculturale, religioso, politico, in cui sono cresciuto?
  • Come esso ha influenzato le mie convinzioni, credenze, opinioni, comportamenti, abitudini?
  • Come le condizioni sociali, culturali, storiche odierne mi influenzano?
  • Come le condizioni sociali, culturali, storiche attuali influenzano l’espressione delle mie abilità e i miei progetti futuri?
  • In che modo il contesto socioculturale attuale è in conflitto con i miei valori?

 

Anna Fata

 

(Fonte immagine:  http://www.prosperouscoachblog.com/easy-ways-publicize-coaching-business-blog-part-2/)

 

 

Gli stadi del cambiamento nel coaching somatico

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Nella vita vi sono numerosissime occasioni per evolvere e trasformarsi, ma non sempre siamo in grado di coglierle e affrontarle nel migliore dei modi. La vita è impermanenza, ma spesso ci illudiamo che non sia così. Il coaching somatico ci aiuta a riconoscere, affrontare, superare tali momenti, che si susseguono, secondo uno schema ciclico ben specifico.

 

Ogni cambiamento evolve secondo le seguenti fasi: la fase storica attuale, lo stadio senza legami, la forma nuova, l’incarnazione della nuova forma.

Il cambiamento può iniziare o con la possibilità di un nuovo inizio, oppure con la fine di qualcosa. In entrambi i casi si tratta di decostruire chi siamo stati, di attraversare una fase in cui ancora un nuova forma deve essere costituita, poi questa si riforma, e si incarna concretamente, tramite la pratica e un nuovo modo di vivere. Per fare ciò è necessario ascoltare i ritmi personali e cosmici, con cui si è intimamente connessi. Il cambiamento è un fiume che scorre attraverso passato, presente, futuro.

 

Ogni cambiamento è in funzione dell’adattamento, al fine della sopravvivenza e della soddisfazione più profonda.

 

Il primo passo verso il cambiamento consiste nel vedere una nuova possibilità o qualcosa che si sta concludendo. Fine e inizio sono intimamente connessi. Si tratta di destrutturare qualcosa che c’era, che non è più utile, e che va lasciata andare. C’è un legame tra ciò che va congedato e l’impegno verso il futuro di scoperta. E’ il momento in cui il coachee dichiara una vision, un intento, un impegno verso un futuro specifico. Nel coaching somatico, nello specifico, in tale fase si connettono consapevolezza, intuizioni, con le azioni. Le dichiarazioni possono anche riguardare la fine di qualcosa, con manifestazioni di ringraziamento, gratitudine, elaborazione del lutto, commiato. Il corpo e l’essere sono intimamente connessi: le sensazioni corporee creano storie e narrazioni, che a loro volta danno forma interpretativa a tali percezioni. Le storie diventano credenze, che si solidificano nel carattere e nel temperamento, che vivono nel corpo come comportamenti, umori, emozioni. In tale fase si tratta di passare dal pensare al sé, al sentire il sé. C’è una vera e propria intelligenza corporea che si affianca e integra quella mentale.

 

Col tempo le nostre abitudini di reazione diventano veri e propri schemi che si cristallizzano, danno forma al modo di sentire, pensare, agire. Essi sono funzionali alla sicurezza, all’appartenenza, alla sopravvivenza, all’adattamento, alla liberazione di parte di energie che possono essere dedicate ad altro. Nei momenti di crisi, di stress, di difficoltà tali schemi tendono a venire alla luce in modo particolare – mentre nei periodi più tranquilli restano sullo sfondo – e spesso si dimostrano inefficaci nell’aiutarci ad affrontare le situazioni presenti, che in quanto sempre nuove, si discostano dal passato, a partire dal quale tali schemi erano stati creati. E’ un momento prezioso in cui si può osservare, prendere consapevolezza, imparare ad agire e non a reagire. E’ un’occasione preziosa di liberazione. Stare nel respiro, nel corpo, genera maggiore spazio, tempo, lucidità, accresce lo spirito creativo e costruttivo. E’ un momento in cui può emergere il nostro vero sé, in cui è possibile vedere l’incoerenza tra ciò che si è, o si vorrebbe essere, e come si è. Per fare in modo di diventare sempre più noi stessi si deve lasciare andare la forma storica che ci si è costruiti e permettere che il cambiamento cominci ad avere luogo. E’ un momento in cui ci si può sentire fragili, esposti, vulnerabili, ma è l’unica strada percorribile. La centratura nel corpo e nel respiro è fondamentale per poter stare con tali sensazioni e fare sì che esse non ci sovrastino.

 

La fase successiva riguarda la forma senza legami: il vecchio è stato lasciato andare, ma il nuovo non è ancora giunto, i vecchi modelli interpretativi non vanno più bene, il senso del presente è dilatato, percepito come sacro, fascino, paura, meraviglia si susseguono incessantemente. Si tratta di stare con quello che c’è senza fuggire. E’ un momento di grande apertura, amorevolezza, compassione, spontaneità. Il divino si percepisce in ogni momento della giornata, in ogni attività, non solo in contesti preposti, ma ubiquitariamente, ivi compreso il corpo. Il senso dell’io si fa progressivamente da parte, per lasciare il posto ad un senso di relazione, interconnessione più vasto. Si ampliano la saggezza, la capacità di apprendere dall’esperienza, il senso di accettazione di sé e dell’altro. Importanti in questa fase sono la centratura del corpo, dello spirito, la meditazione, il lavoro somatico, l’ascolto delle narrazioni, la condivisione delle emozioni.

 

La fase della nuova forma comporta nuove sensazioni, emozioni, racconti, abilità, comportamenti. Affiorano nuovi principi organizzativi, ma non in termini concettuali, bensì molto pratici, concreti, incarnati nel corpo. Il cambiamento e l’evoluzione sono costitutivi del nostro essere e il soma riflette tutto ciò. In questa fase il coachee viene invitato ad ascoltare e rispondere a tale processo evolutivo, a riconoscere e partecipare a tale evoluzione, a mobilitare se stesso per l’azione, a vivere la sua esistenza nell’interconnessione con l’altro e con l’universo. E’ un momento di crescita della fiducia, che alimenta l’evoluzione personale. E’ un periodo in cui si deve saper stare con ciò che c’è, senza voler troppo precocemente cristallizzarsi in una nuova forma, rischiando così di ripetere il passato. Si tratta di convivere con le contraddizioni, i paradossi, gli impegni multipli, la compassione, la saggezza, le giuste azioni. Questo è liberatorio e apre nuove possibilità di forma e identità. Fondamentali in tali momenti sono la consapevolezza somatica, l’approfondimento dell’ascolto a 360°, la centratura del corpo e dello spirito, la capacità di vivere nell’ignoto.

 

La fase dell’incarnazione vede il coachee impegnato nel dare un concreto supporto somatico alla sua vision e al suo impegno, che si esplica tramite la pratica. E’ un modo di rendere i sogni tangibili. Comporta un movimento non solo mentale, emozionale, ma anche e soprattutto scheletrico e muscolare, e di integrare tutto ciò. Si tratta di imparare a fidarsi di quel che di nuovo si presenta, a cominciare da se stessi. Per fare tutto ciò è necessario un periodo di tempo, spesso anche protratto. Al termine è necessario celebrare gli obiettivi conseguiti. Pratica, curiosità, sperimentazione accompagnano tutta questa fase. E’ necessario riconoscere i propri bisogni, lottare per essi, e ergersi concretamente a favore di ciò che per noi conta. Soddisfazione, autorealizzazione sono i premi concomitanti. Meditazione, centratura, capacità di dire no, perseguimento di ciò che è vero, giusto, buono, abbandono di relazioni, pratiche, comportamenti che non sono più nutrienti, dichiarazioni per il futuro desiderato, richieste, manifestazione dei bisogni, pratiche corporee accompagnano tali fase.

 

Anna Fata

 

(fonte immagine: http://www.henricksconsulting.com/news/2012/change-coaching/)

Il ritmo dell’energia nel coaching somatico

 

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Esiste un ritmo nel movimento delle energie che accomuna esseri umani e natura. E’ un ciclo di nascita, crescita, maturità, raccolta. Quanto più ne siamo consapevoli, tanto più abbiamo possibilità di scelta in tale processo. Il ritmo dell’energia forgia la nostra identità, che a sua volta condiziona le scelte e le azioni.

 

Elementi genetici, culturali, familiari, sociali, nel tempo influiscono sulla nostra energia: la nostra forza e la nostra debolezza si manifesta nel modo in cui utilizziamo l’energia. Essa può essere bilanciata in alcune sfere di vita e non esserla in altre. Coltivare la consapevolezza d’essa consente di bilanciarla nel migliore dei modi.

 

Le fasi principali del ciclo dell’energia sono: risveglio, accrescimento, contenimento, completamento.

 

Essere consapevoli del continuo fluire dell’energia nel nostro corpo, tramite le sensazioni, favorisce il suo risveglio. L’energia segue il focus dell’attenzione. Essere attenti a ciò che è vivo stimola curiosità, apertura, focalizzazione. Si tratta di una curiosità sacra, uno stato dell’essere che è virtuoso in sé, che è alla base della meraviglia, dello stupore, della profondità della vita. Il mondo offre di continuo opportunità per risvegliarsi, se le seguiamo possiamo imparare e crescere. Il risveglio crea in noi le condizioni per rispondere ai nostri bisogni e per perseguire ciò che conta veramente per noi.

 

L’accrescimento è la costruzione di strutture che consentono all’energia di svilupparsi e maturare. In questo stadio il coach insegna al cliente ad ascoltare l’accrescimento dell’energia e a partecipare a tale espansione. Si tratta di costruire le strutture in cui l’energia può fluire. Questo implica saper stare con le vibrazioni, i flussi, le pulsazioni. Si tratta di stare semplicemente con l’energia, con le sensazioni, di tollerare il loro accrescersi, senza necessariamente fare qualcosa. Questa fase è alla base del contatto profondo, con se stessi, con gli altri, della capacità di attendere, di avere pazienza, di stare connessi.

 

Il contenimento è un momento in cui l’accrescimento raggiunge il suo apice. Rappresenta la maturazione che è soddisfacente di per sé e foriera di autoconoscenza. E’ la base dell’amare e dell’essere amati, dell’accettare i propri limiti, di apprendere le lezioni, della soddisfazione, della saggezza, della compassione. Nell’accettare se stessi si diviene capaci di accettare anche gli altri, si diviene in grado di comprendere dove finisce il me e dove inizia il non me. Il contenimento non è limitazione, ma rappresenta un’indicazione della nostra estensione, della possibilità di espandersi, oppure ritirarsi. E’ una fase di esperienza della propria profondità, della maturazione di un progetto, della soddisfazione in una relazione, della capacità di sostenere il piacere e il ben-essere, di dispensare saggezza a chi sta intorno. La consapevolezza e l’accettazione dell’essere bilanciano anche il fare.

 

Il completamento è il naturale compimento delle fasi precedenti, non è una decisione intellettuale circa il dove, come, quando agire, è frutto della connessione al ritmo naturale del momento, dell’essere in contatto con l’intero ciclo del contatto e del pieno sentire che è completo. Esso crea la possibilità di un nuovo inizio. Quando si impara a completare, a chiudere dei capitoli e delle fasi di vita, si può essere liberi di andare oltre. Per fare questo è necessario che vi sia libera espressione delle energie, delle emozioni, che ci dicono chi siamo, come gli altri ci vedono e dove vogliamo andare. Per essere sicuri di essere in grado di fare ciò è necessario osservare la coerenza tra ciò che diciamo verbalmente e ciò che il nostro corpo afferma. Non esiste un’unica formula valida per tutti per completare un ciclo, solo ascoltando il ciclo della propria energia è possibile sentirlo.

 

Il coach a indirizzo somatico, e ancor più il coach olistico, deve accompagnare costantemente il cliente attraverso tali fasi,  stimolando l’ascolto, la consapevolezza del respiro, delle percezioni corporee, in particolare di mani, piedi, pancia, cuore, fronte, mascella, e del complesso del corpo, la sua posizione, consistenza, calore, pulsazioni, ecc. per fare questo può essere sufficiente porre domande relative alla percezione del corpo, l’assegnazione di specifici compiti (o task) da eseguire tra una sessione e l’altra, l’invito ad apprendere tecniche che possono stimolare l’ascolto corporeo (ad es: training autogeno, meditazione, yoga, auto massaggio, respirazione consapevole,  pratica sportiva, ecc.).

 

Anna Fata

 

(fonte immagine: https://jeremyscottlambert.com/department/denver-counseling/)

Personal Branding Coaching

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Cosa è il personal branding?

Il personal branding, al pari di un’azienda, è il nostro marchio, rappresenta la consapevolezza di noi stessi, delle risorse, del modo di porci, coltivare attivamente tutto questo, in modo tale che vi possa essere congruenza tra quello che sentiamo di essere, di possedere, di saper fare, e la percezione che di tutto questo hanno coloro che ci stanno intorno, oltre che i futuri potenziali clienti che vorremmo attrarre. Non si tratta solo di una descrizione di noi stessi, del nostro modo di apparire, di come ci percepiscono gli altri e come ci definiscono, ma anche della reputazione che godiamo ai loro occhi. Il personal branding si costituisce non solo grazie al cosa siamo, sappiamo essere, fare, ma anche tramite il dove, come, quando, con chi, e per mezzo degli strumenti con cui trasmettiamo tutto ciò.

Il personal branding, per certi versi, esiste già in sé e per sé: tutti trasmettiamo una immagine, tutti hanno di noi ha una specifica percezione di noi, anche se espressamente possiamo non fare nulla per apparire. Il nostro potere sta nell’esserne consapevoli, coltivarlo, e renderci coerenti tra il nostro modo di apparire, di fare, di essere.

 

Cosa è il coaching?

Il coaching è un metodo di autoconsapevolezza, crescita personale, sviluppo del potenziale, raggiungimento di un obiettivo e/o risoluzione di un problema che può attenere a qualsiasi area di vita, privata o professionale, rivolto al singolo o a un gruppo, in un contesto individuale o organizzativo, che si esplica processualmente all’interno di una relazione basata su ascolto, accoglienza, empatia, accettazione incondizionata, regolata da norme etiche ben precise.

 

Cosa hanno in comune personal branding e coaching? Come possono entrare in sinergia?

C’è un elemento fondamentale, a mio avviso, in comune tra personal branding e coaching: la consapevolezza di sé. La consapevolezza è la piena cognizione di qualcosa, in questo caso di se stessi. Nel momento in cui si conoscono le proprie risorse, il coaching può offrire gli strumenti per coltivarle, e migliorare così il proprio personal branding (o aiutare il cliente a coltivare il suo). Quando ci accorgiamo che il modo in cui ci comportiamo, in realtà, non riflette ciò in cui crediamo, i valori, i sentimenti che proviamo, possiamo cambiare di conseguenza, e il coaching ci può supportare in questa direzione, e influenzare così il personal branding. Allo stesso modo, quando ci rendiamo conto che gli altri ci percepiscono in modo diverso da quello che sentiamo di essere, possiamo modulare di conseguenza il nostro modo di porci, in modo che vi sia maggiore coerenza e congruenza tra essere, fare, apparire.

 

Spesso non riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi, nonostante l’accurata progettualità, l’impegno, le azioni, il monitoraggio, gli aiuti che ci possono giungere, proprio per la scarsa consapevolezza dell’effetto che suscitiamo in chi ci sta intorno. Dall’attirare nuova clientela, all’attrarre un partner per una relazione, talvolta incappiamo nella difficoltà di lasciarci circondare da persone in sintonia in noi, che ci rispecchiano nel profondo. O, al limite, non riusciamo ad attrarre persone in assoluto come vorremmo.

Questi sono i campanelli principali di allarme che dovrebbero farci capire che è ora di lavorare sul nostro personal branding. Gli strumenti di coaching, così come quelli specifici del personal branding ci possono dare una mano, sia che dobbiamo curare la nostra immagine di coach, sia che siamo chiamati ad affiancare un cliente in questo processo.

 

Alcuni esempi di aspetti su cui si può lavorare, da soli o con l’aiuto di un coach, possono essere:

  • l’abbigliamento, la postura, il modo d’incedere
  • il modo di parlare e di ascoltare
  • la nostra presenza e il nostro comportamento nel web (siti, blog, forum, social network, Google cv, ecc.)
  • la coerenza tra quello che pensiamo, sentiamo, crediamo, diciamo, facciamo
  • ciò che gli altri pensano e dicono di noi
  • i nostri punti di forza, ciò per cui riteniamo di essere unici

 

e ancora, più nello specifico:

  • la reputazione
  • la coerenza e le promesse che facciamo, esplicitamente e non
  • il target a cui ci rivolgiamo
  • ciò che ci differenzia da chi offre servizi affini ai nostri
  • il carattere innovativo ed esclusivo
  • la storia che raccontiamo di noi.

 

Lavorare su noi stessi, col personal branding coaching è di fondamentale importanza, per tutti, ancor più per un libero professionista, ma anche per qualsiasi persona che voglia apparire coerente, e di successo in tutto quello che fa, nella vita privata o professionale che sia. Tutti, inevitabilmente, creiamo una prima impressione nella mente di chi viene a contatto con noi, e modificarla richiede molto tempo ed energia, e non sempre ci si riesce. Meglio, dunque, lavorare a priori su noi stessi per fare in modo che tale impressione sia realmente fondata, coerente, con ciò che siamo e facciamo, e ben finalizzata per i nostri obiettivi.

 

 Anna Fata

 

(fonte immagine: http://www.eleven11.co.za/branding-individuals/)

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